Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Roma. Universit?. Emilia Morelli
anno
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1995
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483
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E. Morelli nell'Ateneo romano
483
Emilia Morelli non apparteneva né alla prima, né alla seconda corrente: per lei l'Università doveva essere insieme una Scuola di formazione morale e un Laboratorio per la conoscenza del metodo scientifico. Lo studente vi doveva entrare lasciando fuori dalla soglia gli impegni ideologici già contratti o le scelte di campo già fatte; Voptimum sarebbe stato il non averli, ma formarseli e approfondirli in quella sede. Dopo aver discusso la tesi di laurea, e soltanto dopo, doveva operare le sue scelte, ponendo a frutto gli insegnamenti morali e metodologici ricevuti che lo avrebbero posto al riparo da illusioni ed inganni. Se tale doveva essere lo studente, il professore non poteva che avere un compito pari alla funzione da svolgere: era, in parole povere, un Maestro. Doveva dismettere le proprie convinzioni private al momento di vestire i panni curiali dell'Educatore che, quindi, aveva il compito, con l'esempio e con l'insegnamento, di dispensare certezze morali e dubbi sistematici.
Si trattava di una visione aristocratica e tradizionale dell'Università, fondata sull'assunto della netta separazione con la società civile. Tale assunto venne messo in discussione a metà degli anni Sessanta e specialmente, ma non solo, nell'Ateneo romano. Entrava all'Università la generazione nata sul finire della guerra, una generazione cresciuta con l'Italia della ricostruzione fino al boom economico goduto nell'adolescenza, una generazione che leggeva, guardava la televisione e viaggiava in tutto il mondo con pochi soldi. Poteva accettare di entrare in un Collegio, avulso totalmente da tale realtà dinamica?
Chi scrive appartiene a tale generazione e sa per esperienza diretta che il primo movimento studentesco nacque su posizioni laiche (in senso positivo, non certo in un significato anticlericale) e riformatrici: aprì un difficile contenzioso con il Preside Ghisalberti e con docenti come Emilia Morelli per far spaziare nel Novecento le discipline moderne e per arrivare a connettere gradualmente Accademia e società. Era il movimento dei trenta e lode , come fu detto sprezzantemente in seguito, che, come è noto, fu poi travolto dal peso delle contingenze nazionali e, soprattutto, internazionali. Dal 1968 in poi la storia del movimento studentesco è più nota e più celebrata, ma non sarebbe male studiare gli antecedenti: nel nostro caso, comunque, l'egemonia di un movimento apertamente organico ad un disegno politico esterno all'Università spegneva qualsiasi tentativo di mediazione. Le nobili dimissioni da Preside di Alberto M. Ghisalberti furono emblematiche al riguardo.
Tra coloro che pensavano che l'Università dovesse essere foriera di scelte future e coloro che ritenevano che dovesse essere funzionale a scelte già fatte il discorso era nei fatti impossibile: ciò diede luogo ad una lunga contrapposizione, che, per l'annientamento della mediazione riformatrice e per il non intervento delle istituzioni, sfociò in un'impasse dalla quale ancora oggi è difficile muoversi. Non è stato possibile ripristinare una Università quale tempio etico-scientifico avulso dalla dinamica della