Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Storiografia. Secolo XIX. Emilia Morelli
anno <1995>   pagina <497>
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E. Morelli e la rivoluzione del 1831
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una politica unitaria, sebbene malamente ancorata ad un illusorio non in­tervento.
I materiali, di cui la Morelli disponeva per assolvere il compito assuntosi, erano disperatamente scarsi. Pochi erano i lacerti documentari superstiti al naufragio dell'Archivio dei governi provvisori di Bologna e delle Province Unite, dai quali potè ricavare anzitutto i segni delle ri­sorte gare municipali. Stabilito il principio dell'invio all'Assemblea di una rappresentanza di deputati proporzionata al numero degli abitanti, la Mo­relli ha osservato che questa proporzione non fu rispettata: centri meno popolosi inviarono più deputati di centri maggiormente popolosi: Forlì, ad esempio, ne inviò cinque, Ravenna tre e Ferrara due, e così via. Però i diversi comitati provvisori di governo aderirono tutti all'invito di man­dare i loro rappresentanti a Bologna, e non possiamo non essere d'accordo con la Nostra che ciò indicava che un certo superamento delle rivalità municipali era in atto, e si poteva, quindi, sperare pel meglio .5) L'analisi dei notabili presenti all'Assemblea conferma che la Rivoluzione fu opera, in prevalenza, di un ceto misto di elementi provenienti dall'aristocrazia e dalla borghesia dedita alle professioni liberali, senza alcuna possibilità di attribuirla esclusivamente ad una classe determinata, poiché gli antirivolu­zionari, o legittimisti, appartenevano alle stesse classi sociali dei loro av­versari. La Rivoluzione fu, invece, un fatto cittadino, a cui le campagne non parteciparono. Dopo l'intervento austriaco, quando la vita campestre fu turbata dal passaggio dei militari, il cronista Rangone segnala il peri­colo di una rivolta contadina contro gli studenti bolognesi in armi perché considerati responsabili di quel grave turbamento della vita quotidiana.
L'analisi degli atti dell'Assemblea inevitabilmente soffre per la scar­sità delle fonti allora a disposizione, come abbiamo già detto. Il Vicini, passato da presidente del governo provvisorio di Bologna a presidente del­l'Assemblea, fece approvare subito da questa la decadenza del potere temporale, che, quindi, dall'essere valida per Bologna e suo territorio, si estese a tutte le città e province insorte, ma solo a queste, senza ancora assumere un significato universale. Poi propose un altro decreto, che sta­biliva la perfettissima unione delli suddetti paesi e provincie, e la co­stituzione delle medesime in un solo Stato, in un solo Governo, in una sola famiglia .6) Entrambi gli atti furono approvati per acclamazione, a stare al verbale della seduta, benché il secondo, sulla perfettissima unione , lasci un fondato dubbio nella nostra Studiosa sull'inesistenza di un qualche voto contrario. Un terzo decreto conservò provvisoriamente le province nei limiti territoriali, in cui si trovavano al 1 febbraio, e cioè prima della Rivoluzione. E questa è una disposizione che ripete alla let­tera quelle prese a suo tempo per la Repubblica Cispadana, Cisalpina
5) Ibidem. > M p. 15.