Rassegna storica del Risorgimento
Corsica. Italia meridionale. Storiografia. Secoli XVIII e XIX
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1996
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Francesco Barra
le energie francesi si disperdessero e logorassero: la Corsica, infatti, non era che una pedina di un ben più vasto gioco. I soccorsi inglesi, come quelli napoletani e sabaudi, contribuivano a prolungare la lotta, non a modificarne le sorti.
I tentativi del governo corso di farsi riconoscere dalla corte napoletana furono saltuari, ma non mai interrotti. Nel 1741 c'era stato persino un tentativo di dedizione a Carlo. Con Paoli, il tono divenne più dignitoso e corretto, ma insistente risultò il tentativo di ingraziarsi la reggenza. Paoli scrisse una lettera a Ferdinando, congratulandosi della sua ascesa al trono, mentre in altre missive a Carlo III ed a Ferdinando IV, il 30 dicembre 1759, offriva vantaggi economici e libero commercio nell'isola, oltre la venerazione dei corsi. Ma Paoli poteva soprattutto offrire il mercato, già fiorentissimo, di reclute per l'esercito borbonico, sia di corsi che di mercenari svizzeri al servizio genovese che disertavano in massa. Vi era poi il problema della guerra di corsa attivamente praticata dalla Corsica contro Genova, e che veniva peraltro esercitata da liparotti e pan-telleresi, cioè da sudditi borbonici, con l'aperta connivenza dell'esercito e della marina di Ferdinando IV, e persino dello stesso comandante dei Presidii in Toscana. Tanucci prese provvedimenti per bloccare il contrabbando, specie di armi, ma senza eliminare ogni commercio con l'isola ribelle, come avrebbe voluto Genova.
In realtà, la causa della Corsica di Paoli godeva nel Mezzogiorno, come del resto in tutta Europa, di larghe simpatie, specie nel ceto intellettuale. Pasquale Paoli era stato a Napoli compagno di studi di Ferdinando Galiani, come questi ricordava con compiacimento in una lettera a Tanucci, e forse allievo del Genovesi, che parlava con ammirazione del nostro Paoli, definendolo il Milziade o Epaminonda di Corsica. Lo stesso Ferdinando IV mostrava entusiasmo ed interesse per la causa della libertà corsa, come, tra lo scandalizzato ed il compiaciuto, riferiva Tanucci a Carlo III.
Tra gli uomini di governo napoletani, il più decisamente filo-corso era certamente Ferdinando Galiani. Inquadrando il problema della Corsica in quello, più generale, dell'indipendenza italiana dallo straniero, egli riteneva che fosse un interesse comune di tutti i principi italiani a capacitar Genova a lasciar in pace i Corsi, ed a riconoscerli, come Ragusa rispetto a Venezia . Ed aggiungeva profeticamente: Non è bene che la disperazione degli uni o degli altri chiami i barbari in Italia, oggi, che tutta ha principi suoi, o designati, o istallati . Assai più severo e disincantato era il giudizio di Tanucci, paralizzato dall'alleanza borbonica, e che, in realtà, soprattutto temeva, come sempre, di fare il gioco dei Savoia, o, peggio ancora, degli invisi Lorenesi. Le sue lettere a Galiani sono un vero e proprio florilegio di aspri e severi, oltre che spesso ingiusti, giudizi sui corsi. La sua sfiducia sulle prospettive di una Corsica indipendente era infatti totale.
Un Tanucci pregiudizialmente e radicalmente anti-corso, dunque, è