Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Storiografia. Secolo XIX
anno <1996>   pagina <224>
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Giovanni Pillimni
Il piano fu abbandonato, perché avrebbe richiesto troppo tempo per la preparazione e i due fratelli erano invece impazienti di passare all'azione, ma soprattutto perché si trattava di un'operazione costosa. La spesa pre­vista era di trentamila franchi e i Bandiera non solo non disponevano di una tale somma, ma non avrebbero nemmeno potuto raccoglierla per mezzo di sottoscrizioni o sussidi. Il progetto era stato così concepito. Un còrso dimorante a Corfù (il Boccheciampe?) avrebbe dovuto recarsi attraverso Ancona e Livorno, nella sua isola, dove avrebbe reclutato un centinaio di volontari. Attilio ed Emilio lo avrebbero raggiunto passando per Malta. Dalla Corsica il gruppo, con quattro barche, avrebbe preso terra presso Tarquinia e si sarebbe accampato sul monte Soriano, rite­nuto adatto alla difesa. Da lì sarebbero state minacciate Civitavecchia e Civita Castellana e la stessa Roma, nella quale si contava di poter cattu­rare qualche ostaggio. In alternativa si sarebbe potuto marciare su Peru­gia. L'operazione avrebbe dunque minacciato lo Stato pontificio.
Attorno al 10 maggio, sulla base di voci di sollevazioni popolari nel Meridione, voci non del tutto infondate, ma riferentisi ad episodi di scarsa consistenza o a moti addirittura repressi, come quelli della metà di marzo nel Cosentino, prese invece corpo, in sostituzione del prece­dente, un secondo piano, cioè la spedizione in Calabria, che presentava il vantaggio di essere meno dispendioso.
Fra i due progetti Attilio sarebbe stato favorevole al primo, ma, date le difficoltà che esso comportava, aveva optato per il secondo, per finanziare il quale egli sperava di ottenere da Nicola Fabrizi, il capo della Legione italiana , che si trovava a Malta, la somma di tremila fran­chi. Ma ad una richiesta dei due fratelli in tal senso, Fabrizi aveva risposto negativamente, poiché considerava l'impresa destinata al fallimento e pertanto non la approvava e non intendeva in nessun modo collaborare per la sua realizzazione.5*
Attilio ed Emilio erano privi di mezzi. Non percepivano più, ovvia­mente, il loro stipendio di ufficiali e vivevano con quel poco che tal­volta ricevevano dalla famiglia. La loro madre, in occasione del suo viaggio a Corfù, intrapreso per tentare di convincere i due fratelli a ritornare a Venezia, aveva lasciato ad Emilio, che era il tesoriere del gruppo, duecento fiorini e nel maggio la moglie di Attilio ne aveva in­viati cento. Vendendo gli orologi, alcuni capi di vestiario, i libri e altro in loro possesso avrebbero racimolato a stento 1.500 franchi. Ma occor­reva ben altro per provvedere, oltre al mantenimento di quattro perso-
I piani sono descritti nella lettera di Attilio a Fabrizi del 10 maggio 1844 (in PIERANTONI, op. cit., pp. 241-246).
4> Ibidem.
5) La risposta negativa di Fabrizi in PIERANTONI, op. cit., p. 252,