Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Archivistica
anno <1996>   pagina <255>
immagine non disponibile

Libri e periodici 255
proibite, o sul Gvico de corata o sui mendicanti? O chi non ha letto, in quelle straordinarie edizioni Nerbini i ricordi di Mastro Titta che mi son tor­nati alla memoria leggendo il capitolo le esecuzioni capitali ?
Ma lasciamo da parte gli scherzi e torniamo al volume. Che, a mio av­viso, e come accennavo prima, ha un valore grandissimo poiché serve a di­mostrare (se pure ancora ve ne fosse bisogno) che il triennio cosidetto giaco­bino non è né passivo né astratto. Non è passivo perché la tensione, che pure non forma l'oggetto del libro, ma ne è il sottofondo, si coglie ad ogni momento anche se, spesso, essa sfocia in sbocchi dal segno capovolto.
Speriamo che presto si studi questo sussultare delle masse italiane nel triennio che, troppo semplicisticamente, si è voluto avvicinare alla Vandea: si vedrà, allora, perché ora inneggiano alla repubblica sul Campidoglio o sulle piazze di Napoli, ora combattono da disperate contro i francesi.
Né, a maggior ragione, si può parlare di repubblica dei filosofi che non è tale né a Roma né a Napoli. E ciò si ricava in modo inequivoco dal libro di Marina Formica dal quale emergono, invece, tutte le opere poste in essere dai governanti romani, opere che negli anni a venire rimarranno e Pio VII se ne ricorderà quando emanerà il suo famoso Motu proprio del 1817.
E giustamente, anche se la influenza francese, che è indubbia e presente in ogni campo, potrebbe far ritenere meno importanti le riforme attuate. In realtà, Roma è (come tutte le città italiane nel triennio) un terreno fertile nel quale i francesi gettano il loro seme, ma che dà frutti che solo un burnus fecondo può giustificare. E a Roma questo humus è dato non tanto dalle teo­rie filosofico-politi che, quanto dalle strutture burocratiche che, attraverso i se­coli si erano continuamente affinate e migliorate.
Tuttavìa del nuovo c'è a Roma, magari in aspetti apparentemente secon­dari, come i teatri che si svincolano da ogni forma di soggezione religiosa e divengono strumenti di propaganda e lotta politica.
Meno fortunato fu invece l'intervento nel campo della scuola, perché, come nota Marina Formica, questo richiede un impegno a tempi lunghi e la repubblica fu un episodio di durata se non brevissima certo troppo breve per­ché la scuola potesse adeguarsi ai nuovi tempi.
Un altro aspetto del tutto nuovo (e che si ripercuoterà anche nel futuro) è quello dato dalla modifica profonda della festa che da rito religioso diviene solennità civile nella quale domina il cerimoniale che è, in questo periodo so­prattutto, militare e, direi, retorico per cui si alternano a Roma le parate mili­tari e le cerimonie celebrative come quella per i funerali di Duphot.
Chiudono il libro una cinquantina di pagine che, di solito, non vengono considerate: sono quelle dedicate alle fonti e alla bibliografia. Io, invece, mi ci sono particolarmente soffermato perché sono curioso per natura e mi piace vedere ciò che c'è dietro la facciata e se questa è una semplice struttura tea­trale fatta di carta dipinta o è una solida costruzione in cemento. L'ampiezza delle ricerche archivistiche e bibliografiche dimostrano che la struttura del li­bro è ben solida: non solo, ma che ÌL suo lavoro ha richiesto da un lato una paziente, estenuante ricerca, dall'altro una intelligente siatesi. E sono que­sti gli aspetti predominanti del lavoro.
MARIO BATTAGLTNI