Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Archivistica
anno <1996>   pagina <261>
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Libri e periodici 261
AA.W., La Guardia Nazionale in Terra di Bari 1848-1870 (Quaderno della Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell'Archivio di Stato di Bari); Bari, Levante, 1994, in 8, pp. 219. S.p.
Una breve segnalazione per la felice iniziativa, di gusto schiettamente ot­tocentesco e risorgimentale (ma, grazie a Dio, non dedicata per l'ennesima volta allo stucchevole brigantaggio) realizzata a Bari allo scopo di fornire con­cretezza ad una scadenza che minaccia sempre di rimanere enunciativa e reto­rica quale quella della cosiddetta settimana dei beni culturali.
Gianfranco Liberati conferisce alla mostra l'inquadramento storico dotto e raffinato che era lecito attendersi da lui, il chiaroscuro tra guardia nazio­nale e guardia urbana ambiguamente tenuto in vita da Ferdinando II per poter continuare a dipanare il filo rosso reazionario impostato nel pieno della Restaurazione (ma a Roma non si seppe parlare altro che di guardia civica, a Torino di milizia, comunale o nazionale che fosse), i precedenti rivolu­zionari, civili e borghesi che da Parigi risalivano agevolmente all'Amsterdam secentesca, e non potevano perciò non incorrere nella scure napoleonica, la soluzione, come dì consueto più avanzata e complessa che negli altri tòpoi risorgimentali, adottata a Napoli nel 1820 su relazione di Pasquale Borrelli, l'ortodossia piemontesista, invece, di Silvio Spaventa all'indomani dell'unità, che riconduceva la guardia nazionale nell'onesto ed innocuo ambito proprietario e censitario, nonostante le riserve di un Depretis ancora memore della giovinezza democratica, lungo una strada che dalla nazione armata di Cattaneo, attraverso i tiri a segno garibaldini, avrebbe condotto ad un variegato e persistente con­cetto di volontariato, dalle camicie rosse e nere alle brigate partigiane.
Non mancano peraltro altri spunti e suggerimenti variamente, come si suol dire, fruibili, a cominciare dalle fini notazioni di Emanuela Angiuli sul­l'interscambio tra uniforme militare e moda femminile a metà Ottocento, per proseguire con Vincenzo Pugliese, che attribuisce a Tito Angelini il giovanile busto marmoreo di Ferdinando II conservato nel museo civico di Foggia, nel quadro di una rivisitazione attenta e penetrante dell'iconografia relativa, con al centro i due Franceschi ed un nutrito gruppo di pittori foggiani, principa-lissimo Domenico Caldara, prima óxSRexploit tutt'altro che legittimista e con­formista di Altamura, fino alle puntuali e dettagliate schede critiche di Glauco Angeletti.
Un cenno a parte, al di là delle uniformi, delle medaglie e delle armi, e degli stessi consueti documenti d'archivio, merita il contributo che proviene dal museo storico civico di Bari e che è accentrato intorno ad un personaggio, Nicola Gabriele Tanzi 1820-1870, tutta la cui famiglia, di vecchia nobiltà ba­rese d'origine lombarda cinquecentesca, ai tempi di Bona Sforza, meriterebbe una rivisitazione accurata, quanto meno da Carlo, protagonista del trapasso dall'antico regime alla Restaurazione, attraverso un Decennio costantemente a Bari controllato ed egemonizzato dagli aristocratici, magari, come Casamassimi e Bonazzi, più spregiudicati e moderni rispetto al tradizionalismo agrario dei Tanzi.
Se è quest'ultimo, infatti, che giustifica per il giovane Nicola Gabriele la designazione borbonica a consigliere provinciale nel 1851 ed a sindaco di Bari nel 1856, tutto da precisare è il suo ruolo postunitario quale colonnello della guardia nazionale ed esponente di una sfumatura di sinistra (mai come in questo caso sarebbero di rigore tutte le virgolette possibili 1) che nella cir­costanza si contrapponeva ad una personalità quanto mai rappresentativa del