Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Archivistica
anno
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1996
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pagina
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265
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Libri e periodici 265
da parte dei tedeschi nei confronti di Parigi, si sono delineati per la prima volta dalla fondazione del Reich i contorni di una grande coalizione contro Berlino (Francia, Inghilterra, Russia, insieme all'Austria-Ungheria). Bismarck non ha mai dimenticato questa lezione . Da allora il cauchemar des coa-litions non lo ha mai abbandonato. La partecipazione dell'Italia a questa crisi ampiamente studiata è rimasta marginale. Grazie all'abile regia del ministro degli esteri Visconti Venosta, Roma si è potuta sottrarre alla dichiarazione collettiva a Berlino progettata da Londra. La fulminea ritirata di Bismarck ha permesso a Roma di raccogliere a Berlino alcuni meriti per la sua presunta gestione della crisi in direzione filo-tedesca.
Questo tema verticale è rafforzato ed ampliato orizzontalmente in entrambe le direzioni dalla storia del Kulturkampf, che aveva raggiunto il suo apice nella primavera del 1875 grazie all'enciclica papale Quod nunquam (febbraio 1875). In quest'ambito il nuovo Stato unitario italiano aveva una maggiore importanza per la politica di Berlino. La legge delle Guarentigie del 1871, che anticipava in molti punti i successivi Patti Lateranensi del 1929, aveva unilateralmente concesso al papato una posizione simile a quella di sovranità e ridefinito anche la posizione internazionale del papato. In questo atto di saggia autolimitazione era come tracciata la coesistenza sul suolo romano di due sovrani, vista a Berlino come la quadratura del cerchio. Tuttavia la questione romana rimase il tallone d'Achille della nuova politica estera italiana. L'inserimento dell'Italia come più piccola grande potenza o più grande media potenza nel concerto di potenze europee, è rimasto il compito centrale della politica estera romana. La sopravvivenza del nuovo Stato unitario rimase minacciata e Visconti Venosta a ragione considerò quale compito principale della politica romana affrettare il momento in cui finalmente le riuscisse di far parlare poco di sé . Quanto più a lungo, aspramente e disperatamente si protraeva il Kulturkampf in Germania, tanto più fortemente la funzione difensiva presunta o reale dell'Italia nei confronti del Vaticano risvegliò l'attenzione critica tedesca. Nessuna azione di cannoniere contro Civitavecchia poteva più esercitare pressioni contro il papa come sovrano temporale dello Stato della Chiesa. E neppure poteva più essere ripetuta l'azione di Napoleone di un allontanamento del papa. Con lo scatenamento del Kulturkampf in Italia ed attraverso pressioni dello Stato italiano sul Vaticano, si sperò momentaneamente a Berlino di poter costringere il papa a far concessioni sul campo di battaglia tedesco. L'atmosfera del Kulturkampf a Berlino portò i responsabili, e soprattutto lo stesso Bismarck, a paure d'accerchiamento fobiche. Scholtyseck reputa piuttosto scarsa la reale messa in pericolo del Reich. Contrariamente ad altri studi più recenti, egli crede che il pericolo potenziale per la Germania fosse in gran parte frutto dell'immaginazione di Bismarck e della sua cerchia. Questa paura politica di complotto dai tratti fortemente patologici (questa la formulazione concordante citata di Lothar Gali, p. 39) era rivolta essenzialmente all'ultramontanesimo ed agli intrighi vaticani. A tratti Bismarck vide una grande coalizione cattolica tra Francia, Austria-Ungheria ed Italia contro una Germania in fieri.
La rabbia nei confronti di un nemico quasi inattaccabile sia in politica interna che in politica estera, che ogni politica repressiva sembrava rendere ancor più forte (crescita del Centro nelle elezioni del Reichstag del 1874) si univa al terrore di fronte a macchinazioni gesuitiche del Vaticano. Questa preoccupazione costituì, per così dire, il sostrato psicologico anche per la crisi della guerra in vista della primavera del 1875.
Per tali motivi mi sembra sensata ed utile la trattazione congiunta delle due crisi. La storia del Kulturkampf è [...] anche la storia dei rapporti