Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Archivistica
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1996
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pagina
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267
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Libri e periodici 267
debolezza o addirittura la mancanza di una vera opposizione. In questa situazione, con una visuale più aperta, hanno operato le varie correnti democratiche, interessate a creare una saldatura, unica via per gettare le basi dei futuri schieramenti. Ad essi si sono contrapposti la miopia e il respiro corto dei liberali, perduti dietro grandi ma utopiche costruzioni ed incapaci di realizzare impianti politici validi nella quoddianità e al passo con le esigenze della società. Tutto scade nella palude trasformistica ed allora, come oggi, risultano fortissime le esigenze dei vecchi contro il modello anglosassone dei due partiti contrapposti, che governano o che operano per governare alla prima occasione legittima, sanzionata dalle scelte del popolo.
Conti segnala tra le grandi trasformazioni dell'ultimo trentennio dell'Ottocento il progressivo estraniamento dei ceti aristocratici dall'impegno politico , passati da una presenza alla Camera nel 1861 del 29,4 ad una quota nel 1896 del 25,3. Va segnalato comunque che il fenomeno, per fermarci a Firenze, non si avverte negli enti locali. Il consiglio provinciale conta, infatti, nel 1904 percentuale nobiliare, pari al 30,2. Tra gli aristocratici sono presenti uomini come Luigi Guglielmo Cambray Digny e Filippo Torrigiani, più volte richiamati da Conti.
Riconosciuto il meritato rilievo ai lavori di Coppini sulla ridefinizione del concetto di moderatismo , l'A. definisce la minoranza democratica lacerata da profonde divisioni ideologiche e culturali, ma nel contempo animata da fremita unitari e soprattutto dal desiderio di trovare una precisa fisionomia e un'altrettanto ben definita collocazione nello scacchiere politico nazionale . A questo proposito appaiono interessanti le considerazioni riguardanti una lettura meno rigida del carattere anti-sistema dell'opposizione repubblicana per l' ovvio legame dei mazziniani verso quel risultato unitario-nazionale che essi avevano da sempre predicato . Sono in larghissima misura condivisibili le osservazioni fatte sull'operato dell'Associazione Costituzionale Toscana, poi Unione Liberale Monarchica, e sull'estrema sinistra.
Equilibrata e misurata risulta la rivisitazione del dibattito sulla riforma elettorale del 1882, in cui forti erano le tendenze a trapiantare il modello inglese su una realtà complessa come quella italiana . Da considerare con attenzione è la diagnosi secondo cui il trasformismo fu provocato dall'autoesclusione alla quale si condannarono le due opposizioni antisistema , quella cattolico-legittimista e quella democratica-repubblicana. Conti fatto purtroppo quasi eccezionale rileva che nello stesso periodo in molti paesi europei (Belgio, Olanda, Norvegia e Svezia) l'elettorato attivo era attribuito a percentuali più basse di cittadini e riconosce alla svolta del 1882 di aver posto le premesse per la genesi di moderni partiti con strutture organizzative e programmi differenziati .
Anche nei capitoli successivi l'A. insiste sulle conseguenze e sugli efletti della riforma e le vicende del 1884, del 1886 e del 1887 sono unite da un solido filo e giustamente sono lette come frutto dell'apertura democratica, sancita in termini sobri all'inizio del decennio.
Gli anni Novanta si caratterizzano con l'avvento delle moderne articolazioni partitiche e non mancano davvero a Conti le argomentazioni sul rilievo di quella fase storica nella vita della nazione. E Martelli è scelto, non senza ragioni, come modello e prototipo delle incertezze del mondo democratico toscano, incapace di scegliere con chiarezza e senza equivoci tra radicalismo e socialismo. È una incapacità riconosciamolo francamente rimasta molto a lungo, condizionante e vincolante.
VINCENZO G. PACIFICI