Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Archivistica
anno
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1996
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pagina
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269
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Libri è periodici / 269
Alla elaborazione della categoria di catena migratoria alla funzione da essa efficacemente svolta per superare l'immagine dell'emigrante come soggetto passivo in balia soltanto di variabili macrostrutturali, ma anche ai limiti e alte ambiguità di essa l'A. dedica osservazioni e pagine di raro acume. Nel corso degli anni le ricerche empiriche hanno fatto emergere un pluralismo di catene (familiari, di vicinato, professionali ecc.) nell'esperienza migratoria, ma anche dimensioni diverse da quella lineare implicita nell'immagine di catena: è stato pertanto necessario intervenire sul paradigma, creando, ad esempio, la nuova metafora della ragnatela per rappresentare fenomeni di interazione. Ma la categoria di catena migratoria esprime anche la ripercussione negli indirizzi storiografici di una nuova temperie storica. Con la sua enfasi sul primato delle reti sociali rispetto alle politiche pubbliche scrive Devoto essa riflette la tendenza propria degli anni ottanta al ritorno di interesse verso il privato e alla sfiducia verso la capacità degli Stati (o delle loro politiche) nel modellare o controllare i processi sociali (p. 31). In tutto il volume ciò che viene costantemente analizzato, smontato e ricostruito è il meccanismo attraverso cui gli studiosi creano, o meglio, inventano i loro modelli. Perché formulare con precisione un modello non vuol dire costruire un concentrato della realtà bensì uno strumento diverso da questa (e che non ha riscontro reale nella stessa) ma che comunque serve per pensarla (e non tanto per descriverla) (p. 52).
Alla stessa sfera appartiene anche la scelta e l'uso delle fonti. Partendo dalla considerazione di quanto lo storico possa essere prigioniero della prospettiva fornita dai frammenti di realtà su cui lo documentano le fonti (di estremo interesse, a questo riguardo, l'approfondita analisi dei (lavori dedicati dallo studioso argentino Gino Germani all'argomento dell'emigrazione), l'A. passa in rassegna caratteri e limiti del materiale su cui via via gli studiosi hanno fondato le loro ricerche. Innanzitutto le fonti ufficiali nazionali, quelle censuarie e quelle statistiche che corrispondono alla stagione delle ricerche di natura demografica e di respiro nazionale: esse ci consegnano un'immagine dell'emigrazione in cui la spiegazione politica prevale su tutte le altre, le diversità regionali vengono schematizzate, la dimensione giuridico-amministrativa incapsula e uniforma astrattamente la multiformità del reale. Dalle grandi sintesi si passa agli approcci al fenomeno migratorio su scala più ristretta, utilizzando gli archivi locali, ma soprattutto, non appena si fa strada la categoria della catena migratoria, mettendo in relazione i dati della società di origine con quelli della società di accoglienza. Proprio per le diverse impostazioni e vicende delle fonti dei vari Stati ciò obbliga a individuare tipi sempre nuovi di documentazione, come dimostra l'esperienza dell'ultimo decennio di studi degli storici argentini. In anni ancora più recenti, quando il problema dell'identità sociale degli emigranti si è esteso fino a comprendere l'invenzione di essa, ossia gli aspetti creativi e immaginari della sua costruzione, a un nuovo genere di documenti è stata riconosciuta la capacità di offrirne testimonianza, ossia le cosiddette fonti letterarie. Analizzando, in proposito, l'invenzione deU'etnicità, categoria su cui l'A. si mostra insieme diffidente e critico, egli esprime considerazioni di carattere più generale sull'uso dei documenti da parte degli storici di questo indirizzo: È la trasformazione del documento in monumento. Prima le fonti ci informavano (docebant) su una realtà ed erano sottoposte a un insieme di procedure critiche per estrarre la verità che contenevano; nell'ultimo ventennio invece, con l'emergenza della storia delle mentalità e dell'immaginario, la fonte d informa più sul soggetto che la produce che non sulla realtà che descrive [...]. Cosi, la letteratura etnica non