Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Archivistica
anno <1996>   pagina <274>
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BRUNO FICCADENTI, Il Partito Mazziniano Italiano nelle Marche (Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Comitato di Ascoli Piceno - Studi e Ricerche, II); Ascoli Piceno, Arti Grafiche Stibu, [1994], in 8, pp. 200. S.p.
Ci si è spesso chiesto che fine avesse fatto l'eredità di pensiero lasciata da Mazzini e chi avesse raccolto il suo messaggio per riproporlo adattandolo alle condizioni dell'Italia monarchica. All'interrogativo si era cominciato a dare una risposta con ricerche pionieristiche come quella di Armando Lodolini quando, con il sopraggiungere di un'epoca nuova e di una nuova generazione di stu­diosi, si decise che forse non valeva neanche la pena di perder tempo per de­dicarsi ad argomenti di così circoscritta (e magari anche folcloristica) portata. Così, tra i vinti del Risorgimento Mazzini e i mazziniani risultarono i più vinti di tutti, sconfitti prima da una soluzione, quella monarchico-unitaria, che aveva privato il popolo di ogni capacità di decisione reale; poi dal prevalere nel panorama delle forze rivoluzionarie di tendenze che, privilegiando il consegui­mento dell'eguaglianza economica e civile, lasciarono cadere la tensione verso la repubblica, modello di vita associata di cui i nuovi rivoluzionari, profeti del materialismo, avevano voluto cogliere solo l'aspetto istituzionale e non quello morale; in ultimo, da una storiografia incline a porre in primo piano i movimenti sostenuti dalla forza crescente del consenso nella prospettiva non del tutto arbitraria, evidentemente dell'avvento di una civiltà di massa.
Da qualche tempo, tuttavia, si vien profilando un orientamento diverso, se non proprio opposto, ed è facile collegare tale fenomeno al tramonto dei vari socialismi, reali o surreali che fossero. Si ritorna a Mazzini e al mazzinia-nesimo, a Mazzini soprattutto, con una frequenza sempre maggiore, e non per sottolinearne i limiti o per indicarne errori e conseguenze nefaste, ma per ca­pire cosa l'uno e l'altro abbiano significato nel processo di rinnovamento della società italiana dell'Ottocento e quale peso abbiano avuto non solo nella ela­borazione dell'identità nazionale ma anche nell'evoluzione del costume civile e dei comportamenti collettivi. Diversamente da quanto avveniva in passato, non si dà più per scontato che, all'apparire della corazzata socialista, la fragile barchetta mazziniana sia scomparsa tra i flutti o, peggio ancora, che i suoi vogatori, accolti per misericordia sul vascello inalberante la bandiera del sol dell'avvenire, si siano messi a remare contro. Cosi un filone di studi che era stato certamente trascurato al di là dei demeriti dei suoi protagonisti ha riac­quistato una sua dignità, favorito da una serie di circostanze che dall'esterno hanno mosso gli storici a spingersi in quella direzione: ogni volta che ci si è interrogati sull'origine della nazione, sul formarsi di una coscienza civica, sulle modalità di apprendimento di una partecipazione attiva alla vita del paese tutte domande sollecitate di recente dalla contestazione del concetto stesso di unità ci si è imbattuti in Mazzini, nella sua predicazione, nelle sue orga­nizzazioni di lotta. Sottostimato come fattore di formazione del movimento operaio, il mazzinianesimo riguadagna terreno nel momento in cui si tratta di ridare consistenza al tessuto nazionale lacerato da troppi strappi.
Tipico, in questo senso, il lavoro che Bruno Recadenti ha voluto dedicare ai mazziniani delle Marche - cioè a dire della regione che con la Romagna ha costituito sin dai primi anni dopo l'Unità la roccaforte del repubblicane­simo italiano seguendoli attraverso la loro corrispondenza con Felice Albani e la collaborazione al giornale da lui diretto per una ventina d'anni, La Terza Italia. Il fondo archivistico che ad Albani si intitola, conservato presso il Vittoriano, ha offerto materiale abbondante, seppur discontinuo nel tempo, per una ricerca che ha puntato a cogliere i caratteri distintivi di un impegno