Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Archivistica
anno <1996>   pagina <276>
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276 Libri e periodici
spezzò il divario d'atteggiamento insorto in occasione della Grande guerra; e probabilmente lo stesso sconquasso provocato dall'avvento del Fascismo e da talune ambiguità di Albani sarbbe stato superato e ricomposto se non fossero state cancellate di colpo le regole stesse del gioco democratico.
Il lavoro di Ficcadenti, malgrado qualche eccesso di sintesi e una certa ellittieità della narrazione, pone bene in luce sia la funzione aggregante di Albani, sia la ribollente attività dei mazziniani marchigiani, quasi tutti intran­sigenti, quasi tutti impegnati nello sforzo di contribuire a conciliare le varie posizioni teoriche rispettando al contempo i caratteri originari della dottrina cui si ispiravano. Completata da una ricca appendice documentaria che ospita le parti più significative della loro corrispondenza con Albani, la ricerca di Ficcadenti si articola su due sezioni, la prima delle quali prende in esame le vicende del Partito Mazziniano Italiano dalla fondazione alla divaricazione che si compie con la nascita e l'organizzazione della frazione più estrema, quella delTintransigentismo duro e puro. Ne emerge un mondo così ricco di generosa umanità da indurci a pensare che si debba esser grati all'Autore, più e oltre che per quello che ci racconta, per quello che dietro la sua ricostruzione si intravede di questo mazzinianesimo di provincia e del suo attaccamento alla tradizione rivoluzionaria. Sarà forse per questo retrogusto non facile da perce­pire al primo assaggio che il libro si fa apprezzare man mano che si va avanti nella lettura e si delinea meglio, nella seconda parte del volume, la fisionomia morale di molte di queste figure, da quelle di maggior spicco (Fai-leroni, Petrini, Marchi, Marinelli) a quelle meno rilevanti sotto il profilo per così dire intellettuale (Lupi, Rossi, Triti, Tacconi), autentici popolani che cre­dono nell'astensionismo come ideale etico e che sono sinceri quando scrivono che il Partito Mazziniano deve scendere davvero nel popolo, per non tradire fl. suo programma (p. 73, in nota) o puntualizzano che il nostro partito è scuola di educazione civile: educare significa propagare, propagare significa vi­vere dei palpiti del popolo [...] additargli nella repubblica la sola via di sa­lute (p. 132).
A chiusura del libro, tra i cui meriti ci sembra vada segnalato quello di funzionare, con la sua articolazione regionale, da apripista metodologico per chiunque voglia trovare un filo conduttore nello sconfinato fondo Albani, si resta dunque con l'impressione positiva che sempre si rica­va dallo studio delle minoranze impegnate in una battaglia di principii. Questo manipolo di repubblicani delle Marche si compone di mazziniani in servizio permanente effettivo che fanno propaganda anche al di fuori del loro ambiente, dovunque li portano le circostanze della vita, in una maniera molto volontaristica e con un entusiasmo che non viene mai meno e che si spiega solo col desiderio incoercibile di veder trionfare l'idea . Non li frena il pensiero che la loro coerenza estrema, danneggiando l'opposizione repubbli­cana ufficiale, possa tornare utile ali1'establishment. Qualcuno li avrà pure so­spettati di fare il doppio gioco, ma la loro vita integra è la prova migliore della loro correttezza. Quanto alle divisioni intestine cui accennavamo sopra, si può dire che fossero gravi e di poco conto allo stesso tempo: gravi perché nascono da personalismi e non rivelano nei protagonisti una grande maturità politica; di poco conto perché il tessuto comune è forte e fa supporre che al momento decisivo ci si ritrovi tutti dalla stessa parte della barricata. Non per niente queste sono, a loro modo, vite esemplari perché, all'interno di trame e di percorsi esistenziali i più vari, si scorge sempre un carattere unificante capace di resistere a qualunque avversità. È come un marchio che si imprime sull'anima: semel mazzinianus, semper mazzinianus.
GIUSEPPE MONSAGRATI