Rassegna storica del Risorgimento

Commemorazioni. Giuseppe Tricoli
anno <1996>   pagina <388>
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388 Libri e periodici
l'autorità giudiziaria, ma l'istruttoria venne interrotta agli inizi del 1867 da una sopravvenuta amnistia.
Per tornare al 1860-61, ricorderemo che chi più si dette da fare per indurre Mazzini ad occuparsi della questione fu Giorgio Asproni, come ha ampiamente confermato il suo Diario politico pubblicato dallo stesso Carlino Sole e da Tito Orrù. Fu ancora Asproni che a questo stesso fine prese con­tatto con Cattaneo, del quale divenne amico. Il Cattaneo si era già interessato dell'isola in un saggio, pubblicato dal Politecnico nel 1841, nel quale trac­ciava una rapida sintesi della storia dell'isola e dava conto di alcune recenti pubblicazioni che la riguardavano, quali il Voyage del La Marmora, la Storia del Manno, della quale era apparsa la terza edizione, la Biografia sarda del Martini e l'Ortografia sarda, o siat Grammatica de sa limba logudoresa cum~ parada cum s'italiana di Giovanni Spano. Accogliendo le sollecitazioni di Asproni e di altri amici sardi il Cattaneo pubblicava nel 1860 il suo secondo scritto sull'isola, la Semplice proposta per un miglioramento generale dell'isola di Sardegna, sulla quale ha richiamato l'attenzione degli studiosi Carlo G. Lacaita nel suo volume su I problemi dello Stato italiano, nel quale riporta anche alcune lettere di corrispondenti sardi dello studioso lombardo.
Il saggio affrontava una questione piuttosto complessa, quella della destina­zione da dare a poco meno di mezzo milione di ettari di terreni già facenti parte dei soppressi demani feudali. Avvalendosi delle notizie comunicategli dal senatore Giuseppe Musio, il Cattaneo osservava che, essendo stati i feudi ri­scattati a spese dei sardi, quei terreni avrebbero dovuto essere interamente assegnati ai Comuni nei quali ricadevano, anche in considerazione del fatto che erano indispensabili alla sopravvivenza degli strati più disagiati delle popola­zioni rurali che vi esercitavano antichi diritti d'uso, gli ademprivi. Lo Stato vice­versa riteneva che almeno metà di quei terreni avrebbe dovuto essere asse­gnata al demanio, che avrebbe potuto disporne a suo arbitrio, anche venden­doli a terzi.
Della questione si era più volte occupato negli ultimi anni il Parlamento subalpino, ma la discussione era stata interrotta dallo scoppio della seconda guerra d'indipendenza. Tornata la pace, il Cattaneo proponeva di utilizzare la parte dei terreni ademprivili che lo Stato intendeva assegnare al demanio per finanziare la costruzione di strade, grazie alle quali si sarebbe registrato un aumento generalizzato del valore dei terreni, del quale tutti i sardi avrebbero beneficiato e si sarebbe avuto anche il vantaggio di poter trasportare più age­volmente ai mercati i prodotti agricoli. Altra conseguenza positiva sarebbe stata il probabile aumento della popolazione, che ammontava allora ad appena 600.000 abitanti, mentre secondo un'opinione largamente diffusa, l'isola essendo non di molto più piccola della Sicilia, avrebbe potuto accoglierne fino a tre milioni.
A confermare la validità della sua tesi Cattaneo citava l'esempio del Texas, dove appunto con la cessione di terre incolte era stata finanziata la costruzione di 700 miglia di una strada ferrata che avrebbe messo in comu­nicazione gli Stati della costa atlantica col Messico e con la California.
Sull'argomento il Cattaneo tornava nel 1862 col saggio Un primo atto di giustizia verso la Sardegna, a conclusione del quale contestava il diritto dello Stato a disporre di metà dei terreni ademprivili, ed auspicava che della com­plessa questione fossero chiamati ad occuparsi non i membri del Parlamento, che nulla sapevano della Sardegna e dei suoi problemi, ma gli stessi isolani. Il parlamento scriveva Cattaneo ha una sola via da prendere in fac­cia ai grandi interessi regionali: ordinare ogni cosa perché si possa fare, co­mandare che si faccia, e lasciar fare. Le rimanenti sollecitudini voglionsi la­sciare ai consigli provinciali e municipali, che non devono essere membra inerte della costituzione, che devono essere tutori dei popoli e non pupilli del