Rassegna storica del Risorgimento

Commemorazioni. Giuseppe Tricoli
anno <1996>   pagina <398>
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Libri e periodici
inedita, rende ragione con acutezza delle battaglie dell'industriale Giretti con­tro i monopoli, il militarismo, le guerre, il triplicismo, condotte con gli strumenti dello studioso di economia, quindi con particolare attenzione per i temi della produttività, della fiscalità dei rapporti mercantili all'interno e all'esterno del paese. Tutto il suo progetto politico si basò sulla interconnessione delle due lotte, quella antiprotezionista e quella antimilitarista, secondo una proposta di riforma globale dello stato che mirava ad una piccola Italia , serena ed equilibrata, concentrata sui valori della civile e razionale convivenza. Un pro­getto fondato sulla valorizzazione degli elementi tradizionali e delle risorse locali del paese, ma anche sull'iUuministica fiducia nel progresso e nella razionalità umana, riproposti con tranquillo anacronismo in un'epoca in cui l'atmosfera internazionale si faceva sempre più satura di isterismo espansionista.
Osserva opportunamente l'autore che il limite di Giretti fu nelTaver tra­scurato di misurare gli esiti sociali del suo accanito liberismo e l'osservazione appare del tutto convincente. Tuttavia non si può fare a meno di prendere in considerazione le critiche mosse a lui e a tutta la corrente liberista da Giu­seppe Are e domandarsi quale capacità ebbe l'industriale piemontese di cogliere la vitalità e il dinamismo di molti aspetti della crescita economica e tecnologica di quegli anni, nonché del possibile ruolo che l'intervento centralizzato avrebbe potuto giocare rispetto a questo. In questo senso la vicenda di Giretti ripro­pone dunque non solo il tema liberismo-protezionismo, ma anche quello dei limiti e dei pregi dell'imprenditorialità italiana, la sua capacità dinamica e pro­pulsiva o, viceversa, la sua inclinazione alle rendite di posizione, ai compromessi trasformistici e ai progetti espansionistici: insomma il rapporto che si stabilì nel nostro paese fra industrializzazione, modernizzazione e scelte nazionaliste.
Eppure egli tenne molto a misurare le distanze fra le sue concezioni e quelle di coloro che avevano fatto, notava, dell'umanitarismo borghese ed ari­stocratico, avulso dalla realtà politica delle cose . Così non si stancava di sostenere, conti, alla mano, che la guerra non serviva a nulla, che non era un buon affare né per i vincitori né per i perdenti, e che altrettanto e anche più dannosa era la pace armata , cioè quella condizione di diffidenza fra le na­zioni che spingeva a moltiplicare le spese militari, pesando su tutti i cittadini e specie sulle classi meno fortunate (una vera spoliazione legale dei consu­matori ).
D'altra parte, la molteplice documentazione esibita nel volume dimostra senza dubbio che il suo rifiuto della soluzione bellica dei conflitti internazio­nali non era costruito in maniera astratta, aprioristica, ma presentava anzi elementi di grande duttilità. Ne scaturiva una dottrina che si potrebbe definire di pacifismo equilibrato, nutrito di elementi emotivi quanto razionali, che già conteneva i germi della conversione del 1915. Inoltre, la risolutezza e la lucidità con cui rifiutò un concetto di patriottismo disgiunto dal diritto e dalla democrazia lo condusse ad opporsi senza mezzi termini ad una politica di potenza e affermazione internazionale, e quindi lo portò a tenere una posi­zione di coerente rifiuto verso tutte le esperienze coloniali del paese, quelle nel lontano corno d'Africa, come quelle nel più domestico Mediterraneo. E dichia­rarsi nettamente contrario al conflitto tripolino non costituiva cosa da poco se si considera che la febbre espansionistica che dilagò nel paese coinvolse molti personaggi appartenenti all'area radicale, democratica, repubblicana e perfino pacifista. Valga per tutte la conversione di Ernesto Teodoro Moneta (passato a posizioni espansioniste in nome dei vecchi ideali risorgimentali) e quindi delle conseguenti posizioni espresse dalla sua Unione lombarda per la pace. Ma nean­che va trascurata la garbata polemica che condusse pubblicamente nei confronti dell'amico e ben noto antiprotezionista Luigi Einaudi, fautore di una sorta di ottimismo coloniale che trovava l'indù striale piemontese del tutto scettico. Lucio D'Angelo pone opportunamente in luce che nei mesi del conflitto libico, invece,