Rassegna storica del Risorgimento

Commemorazioni. Giuseppe Tricoli
anno <1996>   pagina <399>
immagine non disponibile

Libri e periodici 399
Giretti osservava acutamente come la nuova febbre espansionista che si stava diffondendo per il paese già sollecitava gli istinti meno nobili degli italiani, portando non solo ad una recrudescenza dei reati di violenza e al diminuire dell'amore per il lavoro tranquillo, ma alterando il normale funzionamento par­lamentare e quindi ponendo in pericolo le stesse istituzioni democratiche del paese.
Molte pagine sono dedicate a seguire il difficile percorso politico-emotivo attraverso il quale, fra la fine del '14 e l'inizio del *15, egli giunse a consi­derare inderogabile l'ingresso dell'Italia in guerra, senza tuttavia rifiutare nes­suno dei presupposti che aveva sostenuto fino a quel momento: la guerra restava una pratica barbarica accettabile solo per legittima difesa o per ristabilire diritti conculcati, non certo per promuovere la grandezza territoriale del paese a spese di altri. È per questo che la sua adesione ad essa non causò alcun mutamento di prospettive rispetto al suo credo libero-scambista.
Una posizione a ben vedere dotata di una sua profonda coerenza interna, ma che si rivelò politicamente debole: tutta la sua proposta politica risentì probabilmente della scarsa presa propagandistica dei suoi toni antiretorici (una politica raccolta e modesta , . prudente e casalinga ), mentre la sua scelta in favore dello sforzo bellico rischiò di confondersi all'interno di quel gruppo non troppo coerente che fu l'interventismo democratico. Egli era invece por­tatore di una posizione peculiare in rapporto al peso dato agli aspetti demo­cratici ed antimperialisti rispetto a quelli irredentisti. Scelta non di secondaria importanza se si considera che i progetti irredentisti all'indomani del primo conflitto mondiale si trasformarono per molti in dalmatismo e quindi in espan­sionismo.
Per concludere, si può osservare che il testo, scorrevole e ben costruito, offre nuovi motivi di riflessione sulla proposta politica delle correnti liberiste-pacifiste dell'Italia liberale, consentendo un utile approfondimento sulle vicende di uno dei suoi più autorevoli esponenti. Rimane la piccola curiosità di cono­scere qualcosa della gestione dell'azienda di proprietà di un personaggio che trovava inaccettabili i conflitti fra capitale e lavoro, che nel 1920 reputò irre­sponsabile l'aggressività del movimento operaio, ma che aveva concentrato tutti i suoi sforzi nella lotta alle modalità di uno sviluppo economico come il nostro, strutturato sull'intreccio fra nazionalismo, paternalismo e autoritarismo. Qualche notizia di questo genere avrebbe consentito di misurare la dimensione e le mo­dalità dell'impresa da lui gestita, cioè non solo e non tanto il grado di meccanizzazione e di concentrazione raggiunta da un'attività che ancora si poneva a metà fra il settore agricolo e quello industriale, ma soprattutto il tipo di organizzazione lavorativa da lui proposta e il tasso di paternalismo rivolto ad una forza lavoro che dovette essere in larga parte femminile.
BEATRICE PISA
ANTONIO FOGAZZARO, Discorsi vicentini, a cura di Fabio Finottij Vicenza, Ac­cademia Olimpica, 1992, in 8, pp. 204. L. 22.000.
Segnaliamo con involontario ritardo una raccolta di testi della quale, a parte la felice tempestività collegata col centocinquantesimo della nascita di Fogazzaro, è evidente la pregnanza e l'incisività a fissare ulteriormente una componente insostituibile del pathos e della misura del Nostro, quella dimen­sione schiettamente veneta e particolarmente vicentina che riconosce nel cat-