Rassegna storica del Risorgimento
Santa Sede. Storia. Epistolari. Secolo XIX
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1997
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// conclave di Leone 7GU
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alla partenza, mentre un ambasciatore estero non cessa di rivelare complotti e di lavorare nel medesimo senso; non vi è alcun Cardinale o prelato tra i più liberali e conciliativi, che ardisca di consigliare al Papa di scrivere a Sua Maestà o di mandarle anche una partecipazione indiretta. Una simile partecipazione, dopo che si sono sollevate intempestivamente ed inutilmente tutte queste difficoltà, e che non si è voluto né far tirare il cannone secondo l'uso di Roma in occasione dell'elezione e dell'incoronazione, né illuminare gli stabilimenti governativi, come era stato consigliato per mezzo mio in queste lettere, locché avrebbe resa impossibile la dimostrazione dell'altra sera; una simile partecipazione, ripeto, sarebbe ora considerata dal Papa come un atto di pusillanimità e di vera transazione, ed ogni consiglio ed insinuazione a questo riguardo parrebbe una pressione esercitata sul Santo Padre.
V. E. conosce già il programma secondo il quale il ritorno alle funzioni pubbliche e la cessazione della prigionia morale di Pio IX dovevano mettere in evidenza l'insufficienza della legislazione italiana a Roma e l'incompatibilità della capitale d'Italia nella città etema colla libertà spirituale del Capo della Chiesa. Secondo gli autori di questo programma appena il Papa si sarebbe mosso, sarebbe uscito, si vedrebbe la vanità delle garanzie, ed allora comincierebbe [sic] la prigionia vera, foriera della partenza. H primo passo del Papa ed il risultato del medesimo hanno riempito di gioia gli autori del detto programma.
Ora in presenza di una situazione in tal modo pregiudicata e guastata per mancanza di una pronta iniziativa che venne consigliata in queste lettere, non vi sarebbe più che un solo mezzo d'impedire che la fissura [sic] diventi abisso. Ci vorrebbe un poco di politica personale per parte di Sua Maestà. Altrimenti la faccenda andrà di male in peggio. Bisognerebbe che il Re parlasse ai suoi ministri come se avesse ricevuto la partecipazione del Papa, e che pronunziasse il suo discorso d'apertura del Parlamento come se vi fosse un pieno accordo tra il Papa e Lui. H Santo Padre ne sarà gratificato, perché il Re l'avrà in tal modo cavato da un grandissimo imbarazzo non insistendo sulla partecipazione. Il Papa potrà rispondere mostrando il discorso della Corona a coloro che gli ripetono che questo discorso conterrà o una dichiarazione di guerra velata, o una reticenza che equivarrebbe al ritiro delle garanzie ad un Pontefice ignorato e sarebbe un consiglio di partenza. Bisognerebbe che il Re parlasse come se avesse piena e completa soddisfazione per parte del Vaticano, come se non si fosse mai trattato di partecipazione e i rapporti tra il Quirinale e il Vaticano fossero i più naturali. Nel medesimo tempo Sua Maestà potrebbe scrivere una lettera privata al Santo Padre, ricordandosi che il Papa è un vegliardo mentre il Re è un giovine; che il Papa è un sovrano innanzi al quale non vi è umiliazione per gli altri sovrani, perché è una potestà d'ordine sovranaturale [sic], un'autorità a cui si disse, l'altro giorno, imponendole la oaria: Scias te esse Patrem prìncipum et regum, Kectorem orbis, et in terra Vicarium Salvatoris Nostri ]esu Christi. In questa lettera Sua Maestà potrebbe fare i suoi auguri al Santo Padre per la sua esaltazione e colla pietà tradizionale di Casa Savoia chiedergli l'apostolica benedizione. Potrebbe dire che, nel suo discorso d'apertura, è disposta a passare su tutti i cavilli e tutte le formalità di partecipazione, delle quali i suoi ministri hanno parlato, e che come Primo degli Italiani prega Sua Santità di benedire l'Italia e di non contribuire colle scissure tra Chiesa e Stato al trionfo del germanismo che vuole l'indebolimento della razza latina. Io sono sicuro che se questa lettera privatissima è scritta con cuore e