Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Abruzzo. Secolo XX
anno <1997>   pagina <271>
immagine non disponibile

labri e periodici 271
bilità della manodopera assume nelle descrizioni dell'autore le dimensioni di un fe­nomeno che coinvolgeva già negli anni Trenta del XIX secolo diverse migliaia di lavoratori, aprendo il mercato del lavoro ad una integrazione interregionale.
Di fronte al movimento messo in atto dalla prima trasformazione degli anni napoleonici, la borghesia agraria lucana, perlomeno nella sua parte più avveduta, si trovò a sostenere una ripresa del fenomeno della quotizzazione demaniale, allora in fase di stasi di fronte ai contrasti tra un proletariato rurale interessato al ripristino degli usi civici ed un notabilato regionale preoccupato di conservare il possesso di terre usurpate da lungo tempo. La rivendicazione del ruolo e della funzione dell'in­dividualismo proprietario divenne la bandiera di questo ceto, anche in considerazio­ne del fatto che i nuovi fondi, privati del regime delle servitù collettive, avrebbero dovuto essere sottoposti ad un assetto produttivo più intensivo, legato per necessità alla logica del profitto.
La questione demaniale potè assumere allora un notevole rilievo durante i moti del 1848, quando la parte più radicale del liberalismo lucano utilizzò lo spettro delle quotizzazioni per coinvolgete il proletariato rurale ed i ceti artigianali alla causa rivoluzionaria. A partire da questo momento e per tutto il quindicennio successivo, fino ai primi anni postunitari, la suddivisione delle terre comuni egua­gliò, se non superò, quella realizzata durante gli anni francesi producendo un rias­setto fondiario di grande rilievo tale da contraddire la tradizione storiografica sia per ciò che riguarda il mancato coinvolgimento dei ceti popolari nelle vicende ri­sorgimentali sia, soprattutto, per ciò che concerne il disimpegno dei governi unita­ri verso le popolazioni locali . In riferimento a questo secondo punto, Morano sottolinea la continuità di fondo delle cUrettive unitarie rispetto alla legislazione francese e la novità, assunto rivoluzionario, dell'utilizzo dello strumento ammini­strativo per la risoluzione del contenzioso giudiziario, una condotta tale da motivare il giudizio secondo cui difficilmente si sarebbe potuto fare di più e meglio , no­nostante una minore consistenza dei lotti assegnati durante il periodo postunitario e la mancanza di misure a sostegno della piccola proprietà.
Il riassetto fondiario, determinato da una politica di appoderamento di lungo periodo, era all'origine sia della trasformazione del paesaggio agrario lucano che della ricomposizione sociale, con una meccanizzazione dei lavori agricoli delle gran­di aziende ed II contemporaneo consolidamento della piccola proprietà. Drastica riduzione del latifondo e incremento del numero dei possidenti a scapito dei brac­cianti sono le conseguenze più evidenti di questa dinamica nel ventennio postunita­rio: ora se questi due elementi sembrano confermare il superamento della struttura economica e sociale di ancien regime ed il passaggio ad un nuovo equilibrio legato da un rapporto di interrelazione con il mercato, il circolo virtuoso è presto inceppato. Il drenaggio attuato dal prelievo fiscale e dalla partecipazione attiva della borghesia regionale all'alienazione dei beni ecclesiastici finiva per limitare i capitali disponibili per investimenti produttivi, in modo da orientare l'organizzazione produttiva più verso il volume globale dei raccolti che verso le rese unitarie. A segnare definitiva­mente il corso delle cose sarebbe intervenuta l'azione congiunta della grande de­pressione di fine secolo e delle nuove tariffe doganali, con la conseguente diminu­zione dei prezzi delle derrate agricole.
A partire dalla fine degli anni '80 del XIX secolo, l'esodo dalle campagne e l'emigrazione modificarono non soltanto il livello dei salari, ma determinarono an­che una profonda revisione dei patti agrari a favore dei contadini tale da procedete ad una sostanziale redistribuzione dei redditi. In questo senso la grande causa mo­dificatrice , l'emigrazione secondo la famosa definizione nitliana, agì veramente come fattore di stabilizzazione della piccola proprietà rurale e di razionalizzazione