Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Abruzzo. Secolo XX
anno <1997>   pagina <273>
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Libri e periodici
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spirazionc nella flotta da guerra imperiale ed eliminare i ribelli illustri che ne erano a capo). Al di là, tuttavi di queste controversie e delle Conclusioni cui giunge Stramacci in proposito, una luce originale sugli avvenimenti sarebbe potuta venire soltanto se fosse stata presentata contestualmente in maniera credibile la condizione del Regno delle Due Sicilie, cercando di focalizzare i motivi per cui, dal 1799 al 1861, i Borboni nei momenti critici per la dinastia trovarono sempre appoggio e consensi tra le masse contadine, vale a dire tra la grande maggioranza della po­polazione meridionale. Su questo problema storico decisivo, la pur per il resto cor­retta ricostruzione di Stramacci scade nei luoghi comuni, presentando una specie di Regno del Male, un regime dominato unicamente da arbitrio ed egoismo, incapa­cità e noncuranza, mancanza di integrità e di principi, venalità e corruzione, spec­chio di una società che non era nell'insieme migliore dei suoi governanti (p. 98).
FILIPPO RONCHI
VINCENZO G. PACIFICI, La Provincia nel Regno d'Italia (Istituto per la storia del Risor­gimento italiano. Comitato di Roma. Collana Risorgimento. Idee e realtà, 21); Roma, Gruppo Editoriale Intemazionale, 1995, in 8, pp. 595. S.p.
Partendo da un'affermazione dello stesso Pacifici nell'introduzione al suo stu­dio (la provincia cioè considerata da tanti politici e dalla massima parte degli stu­diosi come un ente "cenerentola" ), vorrei sottolineare come questa istituzione, pur schiacciata, nel periodo qui preso in esame, tra Comune e Stato, e poi tra comune e regione, abbia svolto un ruolo importante nell'articolazione degli enti locali al di là degli scarsi poteri esercitati quale cerniera tra mondo locale e politica nazionale. Ancora all'inizio del secolo gli studiosi americani King e Okey (nella loro inchiesta pubblicata con il titolo Italy Today ), riconoscevano il quasi esclusivo interesse della stragrande maggioranza della popolazione italiana per il piccolo ambiente della propria esistenza quotidiana, i cui avvenimenti soverchiavano ogni altro, e finivano per condizionare anche le scelte elettorali parlamentari.
H problema è costituito dal fatto che questa dimensione locale è stata indivi­duata quasi sempre nel municipio, o per condannare la scarsezza di senso dello Stato delle nostre popolazioni, o invece per esaltare le autentiche dinamiche della società civile. A questo proposito è interessante notare come quasi tutta la storio­grafia revisionista postbellica, tesa a rivendicare i soggetti di autonomia di fronte allo stato liberale accentratore (a parte qualche meritevole contributo individuale, come quello di Mola, e con la notevole eccezione collettiva della collana di studi sulle province lombarde, promossa dall'Istituto per la scienza della Pubblica ammi­nistrazione), abbia concentrato la sua attenzione sul Comune, connettendo tu ti'al più certi problemi di portata economico-sociale alla sfera provinciale.
Il lavoro di Pacifici risponde quindi alla necessità di riconsiderare l'importanza dS questo ente, in un paese come il nostro, la cui caratteristica è proprio un parti­colarismo spinto (che si esprime spesso anche polìticamente nel campanilismo), e di richiamare l'attenzione sulla funzione svolta dalla provincia nelle intenzioni dei legi­slatori e nella concreta realtà dell'Italia gioii t nana.
Come è noto* scopo principale dei primi (sia nella fase dura della legge del 1865, sia nella fase riformatrice cnspina) appariva quello di assicurare: I) un'ammi­nistrazione del territorio nazionale per arce abbastanza omogenee, informata al principio della rappresentanza liberamente eletta (dapprima espressione soprattutto