Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Storiografia. Secolo XIX
anno <1997>   pagina <547>
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Libri e periodici 547
Né tra le carte del Ministero dell'Interno, conservate nell'Archivio di Stato di Napoli, né tra quelle del calasanziano Serafino Gatti, redattore ufficiale della Sta­tistica di Capitanata del 1811, v'è traccia dei travagli del Manicone che furono al certo distrutti dalla furia filoborbonica durante il sacco dell'8 febbraio 1799 del convento di S. Bernardino, sua provvisoria residenza.
L'antica dissidenza al regime di Ferdinando IV, pubblicamente sottolineata in varie occasioni e circostanze, con l'entusiastica adesione alle novità repubblicane lo resero ancor più inviso a quanti, ed erano tanti, non aspettavano che l'occasione propizia per fargli pagare con la vita il fio della sua scelta ideologica.
Sfuggì rocambolescamente alla lazzaronesca carneficina sanseverese assieme al vescovo Gian Gaetano del Muscio, altro giacobino, trovando scampo nella mas­seria di Alicandro Ciufelli di Sulmona in contrada Mandramurata in agro di Aprice-na, alle pendici di Castelpagano nelle cui grotte o nei suoi tuguri scavali nel vivo sasso stette nascosto con il suo ex professore di matematica sublime e di fisica all'università di Napoli, fino a quando le truppe del generale Duhesme non disfecero nella battaglia degli ulivi del 25 febbraio quella testa grossa di regi a Sansevero.
Agli albori del decennio francese lo si ritrova nel piccolo e povero convento di Ischitella per vivere vita religiosa e tranquilla ma anche per riprendere gli srudi utili alla Daunia e allo Stato.
Personaggio scomodo e inquieto, sempre dignitoso nei suoi accenti e nelle sue affermazioni, moralmente isolato dai superiori religiosi, mortificato da violenti attac­chi di podagra, chiuse la sua terrena giornata nella più assoluta indigenza, nella terra natale di Gian none, il 18 aprile 1810, come è allibrato nel registro dei morti della provincia monastica di Sant'Angelo; vana invece la ricerca del suo nome in quello dei necrologi conservati nell'archivio dei frati minori di Foggia.
TOMMASO NARDELLA
LUCIANO MARROCU, Procuraci' 'e moderare (I Griot, 10); Cagliari, AMD Edizioni, 1996, in 8, pp. 179. L. 27.000.
Apparso, a puntate e in versione ridotta, sulle pagine del periodico cagliarita­no Il cittadino, il libro di Marrocu descrive sotto l'accattivante forma di un racconto popolare la Rivoluzione sarda del 1793-1796. Privo di apparato critico come si conviene a un testo dichiaratamente divulgativo è solo nella nota finale che è dato sapere quali e quante sono state le fonti utilizzate dall'Autore: cronache, me­morie, pamphkts e sintesi coeve che portano la firma di storici quali Tommaso Na­poli, Matteo Luigi Simon, Vincenzo Sulis, Giuseppe Manno, oppure sono frutto dell'anonima penna dell'autore di quella Storia de' torbidi occorsi nel regno di Sardegna dall'anno 1792 in poi, la cui edizione critica è merito dell'accurata revisione di Lucia­no Carta, indubbiamente tra i maggiori studiosi della Sardegna a cavallo dei secoli XVIII e XDC
C'è, dunque, alla base di questo piccolo ma sfizioso libro un solido e scrupo­loso lavoro di documentazione, ed è da sottolineare con piacere come possa dirsi perfettamente riuscito lo sforzo di rendere accessibile a un pubblico ampio la cono­scenza di avvenimenti di fondamentale importanza per la comprensione della storia contemporanea della Sardegna e delle sue aspirazioni autonomistiche.
Del resto, un approccio cosi singolare alla divulgazione storica, non del tutto usuale per l'Autore (che vanta tra le sue pubblicazioni 11 modello laburista e La perdita del Regna - Intellettuali e costruzione dell'identità sarda tra Ottocento e Novecento), bene si co-