Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Umbria. Storia. Secoli XIX-XX
anno <1998>   pagina <200>
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200 Lucio D'Anelo
accettato e, poi, sostenuto senza riserve l'impresa e quanti, viceversa, con in testa Giretti e il Comitato per la pace di Torre Pellice, in piena coerenza con i principii da essi professati, si erano opposti con fermezza alla nuova avventura coloniale voluta dal governo presieduto da Giovanni Giolitti, denunciandone, settimana dopo settimana, le incongruenze, le insidie e i danni.4)
A differenza di quasi tutte le altre associazioni pacifiste borghesi italiane, Tiberi e la Società per la pace e l'arbitrato internazionale di Perugia avevano mantenuto per tutta la durata del conflitto un contegno dì assoluta neutra­lità. Essi non avevano approvato, ma neppure avversato mai l'impresa e avevano finito, quindi, con l'accettarla senza, però, mai sostenerla in maniera aperta. Un comportamento così passivo e ambiguo fu l'inevitabile conse­guenza di due opposte preoccupazioni: da un lato, il timore di tradire gli ideali pacifisti, dall'altro, la paura di nuocere agli interessi nazionali del­l'Italia e di apparire antipatriottici.
I contrastanti sentimenti che condizionarono la condotta della società pacifista perugina al punto da bloccarne pressoché completamente l'azione fra l'ottobre del 1911 e l'ottobre del 1912, emergono con chiarezza da due eloquenti lettere che Tiberi scrisse in quei mesi Nella prima lettera, inviata il 3 febbraio 1912, dopo quattro mesi di guerra, al professor Angelo De Gubernatis, presidente dell'Unione internazionale per la pace di Roma, infatti, si legge:
Un movimento in senso pacifista, oggi, mentre la guerra è accesa, e la pace non sembra vicina, riescirebbe inopportuno e forse anche dannoso agli interessi nazionali Aggiungi, che oggi la voce della pace sarebbe inascoltata e forse anche condannata dal biasimo dei patriota [...].
Quanto poi al proclama o manifesto, che annualmente Moneta, a nome dei pacifisti italiani voleva pubblicare, bisogna riflettere se debbasi completamente omettere per quest'anno, o se invece debbasi tentare di riassumere la situazione attuale, peculiare del pacifismo italico, il quale non fu mai concepito, né sentito in contrasto col patriottismo, come lo dimostra il fatto, che Giuseppe Garibaldi, il più innegabile dei patrioth, fu tuttavia dei nostri [...]. Noi pacifisti non abbiamo mai creduto, che per essere tali, dovessimo rinnegare i sentimenti e gli affetti di patria. Questo spiega, come a molti, specialmente fuori d'Italia, è sembrato degno di biasimo e contradittorio il nostro contegno durante la guerra presente. Non tutti i pacifisti italiani hanno, è vero, applaudito alla guerra; senza dubbio sarebbe stata più desiderabile una conquista pacifica, e una penetrazione esclusivamente basata sull'at­trattiva della civiltà, dei commerci e del progresso economico, fattori degnissimi di
**) Sulla spaccatura provocata dall'impresa libica all'interno del movimento italiano per la pace si vedano G. PROCACCI, Primi Nobel per la pace e guerre mondiali, Milano, Feltrinelli, 1989, pp. 47, 52-54, 57-65, 68-69, 153-157; V. GROSSI, Le pacifismi europien dt, pp. 259-261, 281-286, 290-315; L. D'ANGELO, Pace, liberismo e democrazia cit, pp. 87 sgg., 101 sgg., 125
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