Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Storiografia. Secolo XX
anno <1998>   pagina <273>
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Libri e periodici 273
delle Due Sicilie, vale a dire dal sovrano del più grande degli stati italiani Proprio le sue simpatie unitarie, del testo, indussero il successore di Ferdinando II, Fran­cesco II, a rimuoverlo dai suoi incarichi ministeriali. Le fonti di cui si avvalse per il suo lavoro furono i giornali, gli opuscoli di propaganda politica, gli atti parla­mentari, le statistiche ufficiali e la raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia.
Secondo .Bianchini, l'ideale unitario era stato tradito dal modo in cui runificazione era stata attuata. Ciò valeva principalmente per l'aspetto giuridico-istituzionale. A suo giudizio, per rispettare il diritto del popolo all'auto­determinazione, che era alla base del programma del movimento nazionale, e per dare, quindi, piena legittimità all'edificio statale che si intendeva erigere, la forma e i modi dell'inserimento delle province meridionali nello stato unitario avrebbero dovuto essere decisi da un'assemblea di rappresentanti di tutte le province del paese. Questo, invece, non era avvenuto e le province del Sud erano state, prima, semplicemente annesse al Regno sabaudo attraverso i plebisciti e, poi, assog­gettate per mezzo di decreti governativi all'ordinamento giuridico piemontese, a conferma eloquente della natura puramente strumentale dell'adesione del Piemonte all'idea nazionale, dettata in realtà da ben studiati disegni espansionistici (la cosid­detta politica del carciofo ). Tutto ciò aveva finito col rendere insanabile, nel volgere di pochissimi anni, la frattura tra governanti e governati. Inoltre, con la proclamazione del Regno d'Italia e l'unificazione del debito pubblico, le regioni meridionali si videro gravate, per la necessità di sopperire al grave disavanzo sta­tale, costituito in massima parte dal debito piemontese, da un carico fiscale più che quadruplo rispetto a quello del periodo borbonico.
Il forte inasprimento dei tributi, disseccando le fonti della ricchezza privata, acuì in misura notevole la miseria delle popolazioni del Sud. Anche perché, in pari tempo, l'abbandono delle tariffe daziarie protettive in vigore sotto i Borboni aveva messo in ginocchio sia l'industria sia il commercio meridionali, costringen­doli a una lotta impari con la concorrenza straniera, senza che la disordinata poli­tica di opere pubbliche avviata dalla Destra (che riguardò soprattutto la rete fer­roviaria e le strade ordinarie), obbedendo per lo più a esigenze di carattere politico o militare, apportasse alcun benefìcio all'economia del Mezzogiorno.
H malessere sociale ed economico delle genti del Sud sotto la dominazione piemontese: trovò una clamorosa manifestazione in quel vasto fenomeno di mas­sa che fu il brigantaggio. Com'è noto, i governi della Destra, la classe politica li­berale e i giornali ad essi legati videro nella sollevazione delle popolazioni meri­dionali null'altro che un'espressione di criminalità comune, sfruttata con abilità dai Borboni per i loro fini politici Sull'altro versante, la pubblicistica legittimista, mossa anch'essa da ben individuati intenti politici, scorse nel brigantaggio postu-nitario solo l'attaccamento delle popolazioni del Mezzogiorno continentale alla spodestata dinastia borbonica e la loro ferma ostilità nei riguardi dei nuovi gover­nano, considerati invasori e usurpatori Bianchini, viceversa, osserva come esso, nella sua più intima essenza, non fosse né l'uno né l'altro, vale a dire né un epi­sodio di criminalità comune, né un fenomeno di natura eminentemente politica. Egli non nega che tra i briganti vi fosse anche qualche delinquente comune, cosi come non nega che molti degli insorti, specie tra gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati sbandati dell'ex esercito borbonico che erano andati a ingrossare le bande dei briganti, sperassero, non senza ingenuità, di riportare Francesco II sul trono di Napoli. Ma il brigantaggio fu altra cosa. Esso nacque come manifestazione del