Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Storia politica. Secolo XIX
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1998
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Federico Smidile
Giolitti, per citare solo alcune delle figure di maggior spicco dell'epoca. Non mancarono con Cavallotti le occasioni di scontro, ma attribuirle alla ambizione di far carriera ministeriale da parte di Ferrari non rende giustizia alla serietà degli intenti politici del riminese. In definitiva Ferrari mantiene una sua coerenza di principi e di azione. Differisce da Cavallotti nel giudizio sulle novità rappresentate dall'avvento di Giolitti. Mentre, infatti il leader milanese si mostra diffidente e ostile, Ferrari giudica queste novità come potenziali elementi di evoluzione politica, e ritiene giusto assecondarle anche con l'adesione diretta al governo. La volontà di non rompere i rapporti col partito radicale induce Ferrari, nel maggio 1892, a rifiutare l'incarico di sottosegretario alla Pubblica Istruzione. L'accettazione del sottosegretariato agli esteri nel '93, proprio mentre il governo Giolitti imbocca la parabola discendente, non può essere considerato come un tradimento e un cedimento alle seduzioni del potere, quanto piuttosto la decisione di restare ancorato ai principi del radicalismo e, al tempo stesso e non in contraddizione con essi, di sostenere ancora quelle occasioni di rinnovamento che si presentavano sulla scena politica nazionale.
Nei confronti di Càspi, tornato al potere alla fine del 1893, la posizione di Ferrari coincide inizialmente con quella di Cavallotti nella concessione della famosa Tregua di Dio, chiesta dal presidente del Consiglio in Parlamento. Alla definitiva rottura della tregua, le strade dei due radicali si separano ma solo sul modo di combattere lo strapotere di Crispi. Mentre Cavallotti inizia la sua battaglia senza quartiere contro la moralità pubblica e privata del capo del governo, Ferrari fonda la sua azione sulla valutazione politica secondo la quale il paese, in larga maggioranza, è favorevole a Crispi e che quindi la politica cavallottiana di scontro aperto non ha possibilità di successo. Ferrari preferisce dunque una tattica più prudente e attendista, che lo porta a tentare con Martini quell'iniziativa volta a tamponare in qualche modo i pericoli del momento, vista l'assoluta impossibilità di successo per un'opposizione frontale. Basterebbe già questo per confutare l'accusa di crispismo mossa a Ferrari, al quale andrebbe invece riconosciuto lo sforzo di cercare una sua autonoma linea politica, basata sul realismo politico e non certo sul mero opportunismo.
FEDERICO SNUDILE