Rassegna storica del Risorgimento

Repubblica Romana. Gran Bretagna. U.S.A.
anno <1999>   pagina <301>
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Libri e periodici 301
nobili e intellettuali potevano viaggiare ed entrarne facilmente in possesso. Le pub­blicazioni vietate nello Stato passavano per le mani dei dipendenti di dogana, quindi a Roma in quelle dei funzionari di governo e forse di amici e parenti. Se a ciò si ag­giungono le maglie larghe della dogana, possiamo immaginare che chi aveva attitu­dine o interesse per determinate letture non doveva trovare grande difficoltà per ot­tenerle.
Segue un breve saggio di Luigi Trenti, L'orologio di Leopardi, che prende spunto dalla nota lettera del poeta al fratello Carlo, da Roma, datata Venerdì, 15 febbraio 1823 in cui gli racconta le sue emozioni di fronte alla tomba del Tasso. L'autore scrive che la data sembrerebbe sbagliata perché quel 15 febbraio era un sabato. Però poi procede nel voler dimostrare che non si tratta di un errore ma piuttosto dell'adozione, da parte di Leopardi, dell'ora italiana; egli visitò la tomba probabil­mente intorno alle 18, cioè a quella che doveva essere circa l'ora seconda del nuovo giorno, ovvero il 15, pur essendo in realtà ancora venerdì. Un dato sicuramente giu­sto ma altrettanto ovvio per chi abbia, per diverse ragioni, familiarità con carteggi e altri scritti d'epoca. Su Giovanni Giraud e Giuseppe Gioacchino Belli è incentrato lo studio di Marcello Teodonio che analizza in maniera approfondita le vicende dei due letterati romani Anche questa ricerca offre lo spunto per una valutazione negativa della società romana, polemica, indifferente e soffocante di fronte a qualsiasi esempio di vivacità culturale, anche se concepita in patria. Breve ma interessante il contributo di Arma Valeria Jervis che, partendo dal Progetto per far sviluppare i Genj nella Pit­tura, Scultura e Architettura, proposto da Camuccini, Thorvaldsen e Folchi nel 1823, analizza la polemica che ne derivò tra lo stesso Vincenzo Camuccini e Tommaso Minardi.
Il volume si chiude con la relazione di Donato Tamblé; egli analizza la politica culturale dello Stato per quanto concerne le antichità e belle arti, le biblioteche e gli archivi L'istituzione di musei, tre in età gregoriana, la nascita di circoli e accademie, la presenza di studiosi stranieri, il tentativo di una gestione statale dei beni culturali sono, per l'autore, pur tra indiscussi limiti, i segni di un moderno sviluppo dello Stato almeno in questo settore.
Quanto detto da Tamblé ci porta ad una considerazione, quasi una delusione, che matura man mano che si scorrono le circa 800 pagine del volume. Il titolo pro­mette un esame delle vicende romane fino all'elezione di Pio IX. In realtà è quasi completamente disertato il pontificato di Gregorio XVI. I pochi cenni che incon­triamo sono quelli della storiografìa tradizionale che ne ha sempre dato un giudìzio negativo. In effetti però, se si eccettuano lavori ormai classici come quello di De­marco, l'unico tentativo serio di indagare questa stagione dello Stato pontifìcio ci viene dai preziosi studi di Alberto Maria Ghisalberti, ricordato in questa veste una sola volta nel volume. Gran parte della documentazione di questi anni è ancora da indagare e pubblicare, per difficoltà oggettive ma forse anche per il timore o la disabitudine a lunghe e non sempre fruttuose ricerche d'archivio, forse per la fretta di scrivere, o anche per l'ansia di trovarsi a dover ribaltare, o almeno modificare, valutazioni consolidate*
È emblematico comunque che proprio l'ultima relazione del testo, quella di un archivista, ci ricordi ad esempio che Gregorio XVI fondò i musei etrusco, egizio e