Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Storia politica. Secolo XX
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1999
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446
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446 Libri e periodici
parola chiave di Faust, non dimentichiamolo) è a fondamento di una particolare politicità di Wilhelm che ancora una volta Schiera fa bene a non voler richiamare senz'altro nel man magnum della storia del liberalismo perché fortemente connessa alla società nella forma tipicamente tedesca dei ceti, come si sarebbe visto burrascosamente dopo il congresso di Vienna, con l'apice ed il rapido tramonto delle fortune propriamente politiche di Wilhelm.
Queste fortune, che si concretizzano mentre Alexander, all'opposto, è da tempo integralmente francesizzato nella Parigi napoleonica e della Restaurazione capitale di un cosmopolitismo eminentemente culturale, si articolano su un chiaroscuro quanto mai sintomatico, che è quello dì Friedrich Gentz, l'amico di giovinezza insieme con Foster, che ha però scelto Burke anziché i giacobini, ed è ora l'uomo di Mettemich, con una coerenza, una congenialità, abbastanza distanti dalle incomprensioni che separano Wilhelm da Stein e poi, più rudemente, da Hardem-berg, sino a sfociare nell'aperta rottura ed in una eclissi che non a caso è contemporanea ai trionfi berlinesi di Hegel.
Come Alexander avrebbe auspicato un mondo ibero-americano fecondamente integrato nel rispetto e nel potenziamento delle peculiarità reciproche, un Kosmos di gusto aristotelico, anziché la frattura rivoluzionaria a cui si avvertì estraneo e progressivamente remotissimo, se non nelle forme di un paternalismo patriarcale, così Wilhelm guarda tenacemente alla Germania ma attraverso la Prussia ed i problemi più che mai ardui che ne pongono le rispettive costituzioni (ne parlano autorevolmente la De Pascale e la Paterno) sempre in bilico sugli sdrucciolevoli terreni del federalismo e dell'autoritarismo che nella continuità, nella tradizione, nello spirito nazionale prima e dopo la gran ventata patriottica della guerra di liberazione, rinvengono la loro piattaforma sociale prima ancora che statale.
È infatti alla società ed alla nazione che Wilhelm fornisce le accennate parole d'ordine storicistiche per evitare le astrazioni demagogiche ma anche e soprattutto per corroborare i Grenvgn con una partecipazione associativa che richiami il modello (e poi il simbolo) della democrazia ateniese dal punto di vista etico-politico ma le corporazioni medievali da quello istituzionale, l'antica Hbertas germanica coniugata con Vareté ellenica.
Wilhelm è dunque estromesso da una Prussia conservatrice e man mano reazionaria all'interno della quale Alexander permarrà a lungo con una indipendenza più temperamentale che sostanziale: i loro messaggi sono ripresi rispettivamente, e più o meno direttamente, da Mill e da Darwin (riferisce sul primo la Pichetto, manca un approfondimento del secondo) che avrebbero operato in una temperie diversa, nell'Inghilterra vittoriana del passaggio dal riformismo liberale a quello imperialistico.
Quanto all'ereditò specifica all'interno dei liberalismo tedesco, il contrappunto con Bismarek non è certo particolarmente confortante: resta a noi italiani la suggestione e lo stimolo di una pronta attenzione di Cattaneo, di una sensibilità costituzionale di Brumaio, di un'elaborazione interpretativa di Solari felicemente rievocata da Bravo: un filone modesto, tutto sommato marginale, ma che non va trascurato in un panorama che fin dall'inizio si era definito consapevolmente e robustamente intemazionale.
RAFFAELE COLAFIETRA