Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Storia politica. Secolo XX
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1999
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457
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Labri e periodici 457
GIAN BIAGIO FURIOZZI, Dal socialismo al fascismo. Studi sul sindacalismo rivoluzionario italiano-, Napoli, Simone, 1998, in 8, pp. 184. L. 18.000.
Si tratta del primo volume di una nuova Collana (Politica e Storia) dell'editore Simone, nel quale VA. raccoglie otto saggi, pubblicati negli ultimi anni, riguardanti aspetti e figure del sindacalismo rivoluzionario. Definito spesso, impropriamente, anarco-sindacalismo , questo movimento nacque all'interno del PSI all'indomani del Congresso di Imola del 1902 ad opera di un gruppo di socialisti, in maggioranza meridionali, napoletani soprattutto, che già nella loro città avevano iniziato a condurre aspre battaglie politiche, servendosi in particolare del periodico 1M Propaganda, contro la corruzione, il clientelismo e il malgoverno imperanti nella città partenopea. Si trattava di Arturo Labriola, Enrico Leone, Romeo Soldi, Walter Mocchi, Sergio Panunzio, Emesto Cesare Longobardi, affiancati per qualche tempo da Costantino Lazzari.
Tutti costoro, basandosi sulla rivalutazione del ruolo dei sindacati operai rispetto al partito, si proposero di costituire il primo nucleo di una nuova classe dirigente decisa a battersi, su un piano di lotta radicale, contro la borghesia conservatrice e in polemica con i dirigenti del Partito socialista, avviato ormai verso una tattica riformista. Questo primo sindacalismo, insomma, era il fatto nuovo del socialismo italiano; come dirà Antonio Gramsci, esso era l'espressione istintiva, elementare, primitiva, ma sana della reazione operaia contro il blocco con la borghesia e per un blocco coi contadini (p. 7). Su questo terreno si innestarono rapidamente le nuove teorie di Georges Sorel, basate sul mito dello sciopero generale e sulla violenza quali fattori fondamentali per la creazione della futura società socialista. Ma, prima ancora di incontrarsi con Sorel e di definire alla luce del sindacalismo rivoluzionario la loro posizione, essi erano già orientati verso formule estreme: erano fieramente antimonarchici, decisamente contrari all'industria nazionalizzata, nemici dello Stato e dei suoi istituti, inclini a portare sul terreno politico la lotta di classe e a subordinare ogni azione rivendicativa alle superiori esigenze rivoluzionarie.
Gli studi più recenti hanno tuttavia corretto, almeno in parte, i giudizi un po' affrettati tendenti a considerare il sindacalismo rivoluzionario una espressione degli strati più arretrati del proletariato italiano, mettendo in rilievo (è stato Procacci, ricorda Furiozzi, a farlo) come forti nuclei di esso si svilupparono in centri di moderna industrializzazione quali La Spezia, Temi, Piombino, Sestri Levante, Sampierdare-na, il cui elemento unitario è lo sviluppo della siderurgia, della cantieristica e della meccanica pesante, industrie nuove per eccellenza. Non va, in altri termini, sottovalutata l'influenza esercitata dai sindacalisti rivoluzionari all'interno del movimento operaio durante l'età giolittiana. In particolare occorre riconoscere, osserva l'A., che la visione tattica che essi ebbero dell'organizzazione dello sciopero coincideva con le reazioni spontanee di molti lavoratori che mancavano di un'esperienza organizzativa, e cercavano risposte drammatiche ad una serie di problemi economici e personali che apparivano insolubili Questo, anche se occorre tener presente il fallimento del loro obbiettivo politico fondamentale: l'annientamento, cioè, del partito socialista e la sua sostituzione con una organizzazione economica nel ruolo direttivo delle classi lavoratrici (p. 9).