Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Roma. Storia politica. Secoli XIX-XX
anno
<
1999
>
pagina
<
600
>
600
Francesco Verducci
mento politico nazionale di capitale significazione verso gli ordini costituiti avrebbero provveduto forse bene al loro dovere e al loro interesse costituendo (...) allato all'Unione liberale, un'altra "Unione" un po' meno torbida, ma sempre a base di zuppa inglese o di opportunismo? I partiti popolari di Roma avevano invece il dovere di dimostrare che, sebbene combattuti dal governo e dall'arsenale delle leggi repressive, essi sono sempre una forza organizzata e disciplinata, che ha un programma chiaro e preciso di rinnovamento politico ed amministrativo, non solo per lo Stato, ma anche per il Comune. Sì trattava, insomma, per i 'Tarati Popolari", di far soprattutto opera di educazione fra le masse, di lealtà verso l'opinione pubblica, di dignitosa affermazione dell'esser loro, qualunque ne fosse la proporzione. Questo hanno preferito fare i "Partiti Popolari" di Roma scendendo in campo con programma repubblicano-socialista dichiarato, senza equivoci né sottintesi (...). In meno di un mese i 'Tartiti Popolari" hanno dovuto improwissare un'organizzazione speciale studiare e compilare un programma ragionato e concludente farlo arrivare a tutti indistintamente i 35.000 elettori di Roma indirizzarsi alle classi e ai sodalizi operai, pur resi cauti e necessariamente prudenti dalle ultime repressioni e dalle nuove che si minacciano e hanno dovuto far ciò con mezzi, non che insufficienti addirittura derisori (...). Ebbene, con tutto ciò, l'organizzazione dei "Partiti Popolari" ha saputo radunare nella sua lista una forza elettorale che va da un minimum di 3.100 a circa 4.000 voti, una media assoluta di 3.500 che rappresenta, al momento attuale, la loro forza elettorale, sicura, convinta e disciplinata. L'obbiettivo, dunque, che si proponevano i "Partiti Popolari" in Roma fu completamente, anzi trionfalmente, raggiunto. Essi hanno dimostrato serietà, ordine, disciplina. Il più modesto dei loro candidati, il più oscuro, ha superato anch'egli i 3.000 voti. Ciò è riconosciuto dalla stampa. Lo riconoscono il Farfalla e il Don Chisciotte lo ammette cordialmente lo stesso Messaggero. Che più? Il Popolo Romano lo vede così bene, che per farsi riparo invoca nientemeno che una revisione delle liste, per cancellare, s'intende, un nuovo maggior numero di elettori nostri, di elettori reprobi. Oh! Adorabile Popolo Romano perché non proporre addirittura l'abolizione del voto? La sparizione nostra dalle liste, sarebbe più completa ancorai.69)
Le parole dell'organo repubblicano mettono in risalto, in tutta la sua evidenza, la valenza politica del voto aniministrativo del 1899. Staccandosi dal partito liberale, i repubblicani compiono un passo di grande rilevanza: essi infrangono il fronte patriottico ed impongono al panorama politico capitolino una imponente accelerazione, determinante per gli anni a venire.
Nelle ultime settimane della primavera 1899, la nascita dell'Unione dei Partiti Popolari (ad opera dei repubblicani intransigenti e dei socialisti, come si è visto) segna la fine della fase risorgimentale della politica capitolina. L'Unione liberale, creatura elettorale pturìce fiala, sorta di recipiente onnivoro
*>> Epilogo e commiatot in L'Italia, 28 giugno 1899, p. 3.