Rassegna storica del Risorgimento

Commemorazioni. Umberto Marcelli
anno <1999>   pagina <613>
immagine non disponibile

t. Libri e periodici 613
tismo delle masse rese partecipe ed voto. A suo avviso il suffragio universale poteva avere valore e poteva segnare un progresso della società, una volta raggiunto il traguardo di un minimo di cultura per tutti e non prima.
Oggi osserva Mozzarelli ed è difficile essere dissenzienti siamo minac­ciati da un altro e più pericoloso analfabetismo, quello culturale.
Mario Dogliani nella prima delle sei relazioni, intitolata L'idea di rappresentan­za nel dibattito giuridico in Italia e nei maggiori paesi europei, dopo avere indicato le linee direttrici delle dottrine inglese e tedesca, esamina minutamente la tesi di Vitto* rio [Emanuele Orlando, per il quale gli organi costituzionali sono rappresentativi in quanto realizzano la rappresentanza dello Stato, in una parola tutto è nello Stato.
Frutto di uno opportuno e ben riuscito dosaggio tra storia e diritto appare il saggio di Carlo Ghisalberti, Istituti rappresentativi e leggi elettorali nel Risorgimento. Osservata in avvio l'estraneità sul finire del XVH1 secolo della cultura politica ita­liana dai dibattiti sulla sovranità nazionale e rilevato come la situazione muti e si trasformi nel triennio rivoluzionario, Ghisalberti nota opportunamente che il falli­mento dei moti del 1820-21 segnò indubbiamente l'inizio di una pausa di riflessione abbastanza lunga per quanti sognavano il ritorno ad un sistema politico fondato sui postulati del costituzionalismo liberale. Di fronte al dilagante, persino monotono, orientamento storiografico, che tratta con una sufficienza e con un fastìdio, sinoni­mi di superficialità, le vicende del nostro Risorgimento, osservazioni, come questa sulla reale natura delle insurrezioni del biennio 1820-21 o come quella sulle ragioni, che portano nel 1848 all'adozione del modello elettorale francese, a doppio turno, e al contemporaneo, parallelo rifiuto di quello inglese, a turno unico, sono conferme di una lezione scientifica, che viene da lontano, che è consacrata dal tempo e che è proiettata nel futuro.
Cento e cento sono gli spunti offerti dalla relazione di Hartmut Ullrich, Si­stemi elettorali e sistema politico: dalla riforma del 1882 alla crisi di fine secolo, che, oltre ad essere precisa e circostanziata, è problematica, offrendo temi ed indicazioni da discutere e da integrare. Ullrich intende il suo contributo come un primo ten­tativo di ricostruire il posto e la funzione che la scelta dei sistemi elettorali avevano nella lotta politica nel periodo compreso fra l'avvento della Sinistra al potere, nel 1876, e l'effimero ritomo della Destra, nel 1891 .
Onestamente Ullrich mette subito in risalto la scarsa incidenza avuta dal movimento proporzionalisuco sulla realtà politica del paese, dovuta, ma solo in misura assai contenuta, all'estrema complicatezza dei sistemi proposti. È vero, comunque, che l'altro ieri (1876), ieri (1919), oggi (1993-1999), i toni sono stati e sono sempre inutilmente serrati e mai misurati, e che la maggioranza ha badato e bada non al confronto ma alla demonizzazione degli antagonisti.
Nelle scelte di principio, nei modelli e nei meccanismi Ullrich individua quel­lo, che può essere considerato il punto nodale, il rapporto tra ragione di stato e ragione di partito . E un rapporto, accertato solo sui tempi lunghi, storici, dalla soluzione del quale deriva il giudizio sugli uomini e sui partiti attori e protagonisti della vicenda politica contingente. Ad avviso dello studioso tedesco, infatti, le complesse, a volte drammatiche, vicende che avrebbero portato all'abbandono dello scrutinio di lista ed al ripristino del collegio uninominale nel 1891 vanno analizzate nell'intrecciarsi fra disegni istituzionali, questioni tecniche e strategie di partito nei percorsi difficili, talvolta labirintici, della politica parlamentare italiana dell'epoca.