Rassegna storica del Risorgimento

Stato pontificio. Civitavecchia. Secoli XVIII-XIX
anno <1999>   pagina <60>
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Marco Bocci
ostacoli frapposti ai vari tentativi di porre ordine nelle materie di propria spettanza, come ad esempio quella della gestione dei lavoranti della benefi­cenza, si accollò alla municipalità l'onere di far fronte alle spese per il casermaggio delle truppe francesi e di pagare i danni subiti da persone e cose durante l'assedio. Tali spese vennero così affrontate non già mediante stanziamenti straordinari, come sarebbe stato corretto, ma attraverso acconti erogati sulle somme dovute dal Ministero delle Finanze oppure ricorrendo a sovraimposizioni. Il principio era chiaro: le spese da sostenersi non dove­vano riguardare lo Stato nel suo complesso bensì il solo Municipio, che doveva essere punito per il sostegno concesso alla Repubblica.
Questa situazione di conflitto si trascinò per tutto il '49 fin quando, l'anno successivo, i rapporti tra il governo cittadino e il potere superiore appaiono normalizzati: spazi di manovra dei consiglieri sempre più ristretti, competenze via via più ridotte, dibattito in aula pressoché inesistente. Finalmente, a chiudere quella che era stata una breve parentesi di speranza, il 25 gennaio 1851 la Segretaria di Stato emanò un editto con il quale veniva annullato il motti proprio del '47 riorganizzando la composizione della rappresentanza e le sue funzioni amministrative.
Il numero dei componenti fu fissato a 48, metà dei quali nobili possi­denti con una rendita minima di duemila scudi, il doppio di quella richiesta per gli altri Comuni dello Stato, anche loro oggetto di riordino con un editto del 24 novembre 1850. Ciò che colpisce nello scorrere i nomi dei nuovi rappresentanti, presieduti dal principe Urbano del Drago, è, a fronte della presenza di molti tra i nobili già presenti nel primo gruppo dei cento, la drastica riduzione degli esponenti del mondo della borghesia delle profes­sioni e del ceto imprenditoriale, quattordici in tutto e scelti tra i più conser­vatori, a dimostrazione che si era ben compreso quale fosse stata la parte più sensibile alla cattiva propaganda politica e si era deciso di estromet­terla dal governo cittadino.
Furono mantenute le precedenti competenze, con la notevole ecce­zione della beneficenza e della sanità, che furono riaffidate a istituzioni centrali mentre il budget fu ridotto a 265.000 scudi. In particolare, venne fortemente indebolita l'autonomia impositiva del Comune, che non potè più riscuotere la partita di maggiore importanza: il dazio su liquidi e foraggi, la cui quota sarebbe stata corrisposta direttamente dal Ministero delle Finanze, mentre venne fatto divieto di imporre qualsiasi tipo di tassa o sovrattassa senza autorizzazione superiore.
Non vi era più spazio per eventuali impeti riformisti mentre si richie­deva una pronta adesione agli ordini dell'autorità superiore. Pur se non era