Rassegna storica del Risorgimento

Repubblica Romana del 1798. Repubblica Romana del 1849
anno <1999>   pagina <196>
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Marina Formica
ovvio è che il 1798-1799 continuasse a vivere prepotentemente nella memo­ria di quanti intrapresero la via dell'esilio, di quanti cioè, non accettando un'integrazione politicamente difficile quale quella offerta dal regime ponti­ficio, preferirono emigrare a seguito delle armate francesi.22)
Se, al momento, ci sfuggono ancora tempi di durata e forme di per­petuazione del ricordo, è proprio la successiva esperienza del 1849 a fare affiorare dal silenzio delle memorie a stampa rare e delle fonti di archivio manoscritte cancellate, manomesse la persistenza di alcuni richiami, di alcuni simboli. Certo le vecchie indicazioni di Spadoni sui cospiratori dello Stato pontificio all'indomani della Restaurazione23) richie­dono ancora approfondimenti e ricerche tali da offrire nuovi materiali di riflessione. Ma com'è possibile non effettuare richiami all'esperienza giaco­bina quando, nella seconda Repubblica, quella del 1849, vediamo i rivolu­zionari piantare nuovamente alberi della libertà, indossare berretti frigi, danzare la Carmagnola, salutarsi con un giacobino salute e fratellanza, riesumare il mito di Bruto?24) Come non ricordare le accese discussioni, alla fine del Settecento, sulla necessaria abolizione dei titoli nobiliari quando, mezzo secolo dopo, ci si appella ancora tutti, indistintamente, cittadini?
Piccoli indizi, se vogliamo, ma che ci riconducono a un retroterra culturale e politico evidentemente mai soffocato del tutto e ancora vitale.25)
Il problema su cui riflettere non è comunque quello delle sopravvi­venze tout eourty quanto, appunto, quello dell'assenza di richiami espliciti ai propri padri da parte dei rivoluzionari del 1849. Il caso della denominazione
V.E. GlUNTELLA, Gli esuli romani in Francia alia vigilia del 18 brumaio, in Archivio della Società romana di storia patria, s. ITI, LXXVI (1953), pp. 225-239.
n) D. SPADONI, Sette, cospirazioni e cospiratori nello Stato pontificio all'indomani della Restauratone, Torino-Roma, 1904, p. 119.
2*) A questo proposito cfr. M. SEVERIN1, Armellini il moderato cìt, pp. 153-154 (nota n. 44).
Su questo punto, importanti pagine in F. Rizzi, La coccarda e te campane. Comunità rurali e Repubblica romana nel Laio (1848-1849), Milano, 1988. Interessante, ai fini del discorso che qui si sta conducendo, la lettura del parere discorde di G. Spada, il quale, nel trattare della Repubblica del 1849, scrisse: Difatti Roma si assoggettò alle impostele forme repubblicane, ma tu non vedesti giammai le sciocchezze che si videro sotto la repubblica del 1798: quel tagliarsi i capelli per imitare i Bruti, gli Alberi della libertà intorno a' quali gavazzavan torme impudiche di arrabbiata bordaglia, quelle concioni pubbli­che o nel ghetto o al Poro romano, la parodia del culto della dea Ragione, la suddivisione del mede in decadi, la nuova nomenclatura de' mesi in piovoso, ventoso, pratile, tcrmifero e simili, ed infine le altre servili imitazioni delle ridicolaggini francesi. (...) (Storia della rivolutone di Roma della restauratone del governo pontifìcio dal 1 giugno 1846 al 15 luglio 1849 del commendatore G. Spada, voi. Ili, Firenze, 1870, p. 752).