Rassegna storica del Risorgimento

Europa. Storia politica. Epistolari. Secolo XIX
anno <1999>   pagina <203>
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La Repubblica Romana del 1798 e quella del 1849: un confronto 203
mentre le teorie e le rivendicazioni giurisdizionaliste trovavano la loro più piena attuazione nella messa a punto di una serie di misure a carattere economico, oltre che politico. Precisamente nel 1849, così come cinquan­tennio avanti, sull'onda di pressanti esigenze finanziarie si decretò la nazio­nalizzazione dei beni del clero (21 febbraio) e la messa in vendita dei beni delle corporazioni religiose e di mano morta (4 marzo), fino a giungere alla più drastica svolta della primavera successiva, quando Mazzini fece tra l'altro imporre, il 27 maggio, un prestito forzato di 30.000 scudi alla Santa Casa di Loreto. La reazione suscitata da queste misure negli ambienti cattolici fu, com'era prevedibile, assai dura e richiederebbe ùn'approfondita analisi religiosa, sociale, antropologica, ancora lungi dall'essere compiuta. Facendo tesoro delle indicazioni metodologiche storiografiche più recenti, ci si dovrebbe altresì interrogare, oltre che sulle reazioni determinate da queste disposizioni, sulle ripercussioni avutesi in conseguenza dell'assenza del detentore del potere (sovrano, pontefice, sovrano e pontefice insieme) nella società romana, improvvisamente divenuta, così come nel 1798, corpo senza capo . All'interno di un contesto di lungo periodo si dovrebbe, insomma, meglio analizzare l'impatto sociale, politico e religioso provocato dall'esilio di Pio VI a Siena e dalla fuga di Pio IX a Gaeta per cogliere affinità e fratture nelle reazioni e verificare l'esistenza e eventualmente, i modi e i tempi di scarti nel binomio fedeltà-obbedienza nella popolazio­ne romana, quella popolazione che la stampa cattolica continuava invece a presentare come coesa e devota al Santo Padre.
Date queste analogie, proposti questi quesiti, in conclusione non credo sia però possibile, né corretto, chiedersi se senza l'antecedente del biennio 1798-1799 la successiva esperienza avrebbe mai potuto avere luogo. In ambito specificamente politico-religioso, così come nei diversi settori della realtà sociale, le dinamiche storiche sono talmente complesse che qualsiasi concatenazione meccanica rischia di risultare fuorviante. Ciò non toglie, però, che nessi e collegamenti vadano, in ogni caso, messi in risalto, per individuare sopravvivenze e continuità nelle aspirazioni politiche e sociali co­muni che legarono il 1849 all'esperienza dei padri della rivoluzione romana.
Lungi dal considerare indistintamente il movimento repubblicano come un'unica, quanto mai generica, entità monolitica, va ribadita la diversità profonda delle anime della democrazia romana, italiana, europea. E dunque non è tanto ai repubblicani tout court di fine Settecento che bisogna guarda­re per cogliere i legami con il patrimonio teorico degli uomini del Risorgi­mento, quanto, più precisamente, al più ristretto gruppo dei veri giacobini. Costoro già nel 1798-1799 quasi precorrendo le critiche di quanti, Vincenzo Cuoco in primis, avrebbero accusato di astrattezza i patrioti