Rassegna storica del Risorgimento

Repubblica Romana
anno <1999>   pagina <207>
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Margini e la Repubblica Romana 207
al suono di tamburo e con una bandiera; lessero sulla piazza pubblica il loro programma o protesta; indi radunatisi innanzi la casa di un ricco negozian­te, rovesciarono le porte de' suoi magazzeni e li misero a sacco [...] I soldati che erano a presidio della città non opposero resistenza, si lasciarono disar­mare e chiudere nelle caserme.
In questo clima di inquietudini politiche e di tensioni socio-econo­miche andarono maturando le esplosioni del 1848, che furono precedute da avvenimenti premonitori: la formazione di una disoccupazione di massa in Francia, e soprattutto a Parigi; la fallita insurrezione della piccola repubblica polacca di Cracovia, con la conseguente annessione della città all'Austria (1846); la guerra del Sonderbund in Svizzera tra i conservatori cantoni cat­tolici e i radicali cantoni protestanti, con la vittoria di questi ultimi (luglio-novembre 1847).
Quanto all'Italia, negli anni immediatamente precedenti il '48 si era ve­nuta delineando con grande nettezza di contorni la dialettica tra democratici e moderati, le due correnti politiche e d'opinione che si contendevano la direzione del processo risorgimentale. I democratici, al di là delle differen­ziazioni interne, si riconoscevano in larga misura nelle posizioni di Giusep­pe Mazzini, che nel 1831-33 con la creazione della Giovine Italia aveva dato vita al primo vero e proprio partito politico della storia moderna del nostro paese. Per il leader genovese il Risorgimento si sarebbe dovuto concludere con la creazione di una repubblica unitaria e democratica, realizzata con il consenso e l'apporto dei ceti popolari, e in primo luogo di quelli urbani, attraverso una continua tensione cospirativa e insurrezionale alimentata da una fede di tipo religioso. I moderati respingevano invece la via rivoluziona­ria e puntavano sulla concessione di miglioramenti nei vari settori dell'am­ministrazione e di limitate garanzie politiche da parte dei governi, nella prospettiva di un accordo pacifico tra principi e popoli che avrebbe potuto mettere capo alla creazione di una confederazione presieduta dal papa o da Carlo Alberto per eliminare le barriere doganali e favorire la crea­zione di un vasto mercato nazionale. E queste posizioni avevano trovato una coerente sistemazione ideale nei Primato, l'opera data alle stampe nel 1843 da Vincenzo Gioberti che, neU'auspicare uno stretto collegamento tra la rinascita politica dell'Italia e il papato romano, sottoponeva a una dura critica la prospettiva rivoluzionaria indicata da Mazzini. A detta dell'abate piemontese, infatti, con la rivoluzione al vivere consueto e anticato sa­rebbe subentrato uno stato in aria, un governo debole, nullo, senza radice nel passato, senza forza nel presente, né fiducia nell'avvenire, incapace di comprimere le reazioni politiche, le gare provinciali e gli odi municipali,