Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Storia politica. Secolo XX
anno <2000>   pagina <79>
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Libri e periodici 79
La creazione del Collegio elettorale dei commercianti come depositario della sovra­nità nazionale, insieme con quelli dei possidenti e dei dotti, le piazze riservate ai negozianti in consiglio comunale, la concessione dell'ordine della corona ferrea ed anche l'affiliazione ad associazioni private, quali la Società del Giardino e il Casino della Concordia, sono un segno tangibile di tale rapida ascesa. Una delle scommesse di fondo dell'A., del resto, è proprio verificare se i comportamenti sociali dei nego­zianti continuino a subire più o meno consapevolmente l'influenza dello stile aristo­cratico o se, invece, in prospettiva diacronica vengano modificati in modo da esprimere una nuova mentalità, una coscienza di ceto finalmente originale. La con­clusione cui Levati giunge è che, in effetti, nel cuore della Restaurazione, malgrado una certa rinnovata resistenza della nobiltà possidente al pieno riconoscimento dell'elite mercantile, sembra ormai un fatto acquisito alla coscienza collettiva di quest'ultima che proprio nel lavoro risieda la vera nobiltà, come ad esempio te­stimoniano, nel 1844, le significative parole di Michele Battaglia, segretario della Camera di commercio, fondatore e direttore dell'Ha della Borsa: H lavoro è Tunica, legittima fonte della considerazione, degli onori e della ricchezza. Perfezio­narlo, nobilitarlo, tale scopo la Società [d'incoraggiamento d'arti e mestieri] vuol raggiungere con uno zelo sempre maggiore (citato da Levati, p. 246).
Tale mutata consapevolezza di sé, l'uomo d'affari milanese la dimostra anche nel rapporto con la terra. Il possesso fondiario e il vivere di rendita, more nobilitimi nel secolo XDC non è più valore alternativo all'attività mercantile, ritenuta, ancora nel secondo Settecento, etimologicamente ignobile ; diviene invece complementare al negozio che continua a essere la principale attività. Anche a quest'ultima, a onor del vero, l'A. dedica osservazioni non sporadiche, soffermandosi sugji aspetti tecnici e giuridici dei vari tipi di società commerciali (predomina quella in accomandita, più funzionale ai legami personali e parentali che connettono gli esponenti del commercio milanese), sull'organizzazione del lavoro, sulle operazioni, sui traffici e le speculazioni, con esempi ben documentati e rivelatori di tutta un'epoca: basti pensare, a tal proposito, alla qualità e all'entità degli affari intrattenuti da note case bancarie e da imprenditori (Balabio e Besana, Bignami e Vassalli, Proietti, Kramer, Giuseppe Manara, Giuseppe Maria Franchetti, Moisé Formiggini, Francesco Luigi Blondel) con lo Stato napoleonico per la fornitura di generi alle armate e di prestiti al Tesoro, o per la compravendita di Beni Nazionali anche attraverso l'incetta e la speculazione sui titoli di debito pubblico; ma anche contro lo stesso regime na­poleonico, con il contrabbando di generi coloniali proibiti dal Blocco continentale.
Altro nodo lumeggiato nel volume è negozio-industria. Qui l'A. ha buon gioco a criticare la tesi di ispirazione marxista che postulava il ceto mercantile come un freno allo sviluppo industriale. I diversi casi addotti da Levati mostrano in realtà come i banchieri della prima generazione considerata o i loro figli non solamente finanziarono ma assunsero anche personalmente la gestione delle industrie e dun­que non di rado costituirono figure di transizione tra capitalismo mercantile e ca­pitalismo industriale.
Come si vede, non pochi sono gli elementi di interesse e di novità della ri­cerca di Levati, il quale ha cercato di mantenere un equilibrio tra la messe quanti­tativa dei dati raccolti e l'esposizione discorsiva degli stessi Ne è risultata una trat-