Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Storia politica. Secolo XX
anno
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2000
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pagina
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83
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Libri e periodici 83
MARTIN GtLBEJg La grande stòria della prima guerra mondiale-, Milano, Mondadori, Le Scie, 1998, in 8, pp. 698. L. 48.000.
Con un titolo onesto First World War Martin Gilbert, fellow del Merton College di Oxford, presenta questa sua corposa e non inutile fatica, concepita ed attuata nella convinzione che i dibattiti sulla guerra sono importanti, ma non come la storia umana di coloro che vi hanno combattuto. In questa logica l'Autore è portato a privilegiare le parole dei combattenti, spesso le ultime, e una successione dì flash che riportano momenti particolari della loro vita. Vi ha spazio anche la poesia, dei morti, e dei vivi che s'ispirano ai morti, raccogliendo dal particolare sentimenti di carattere generale.
L'umanità cui l'Autore fa riferimento è in grandissima parte inglese, ma i motivi di fondo che vengono espressi hanno certo valenza generale. Ne citeremo alcuni esempi
C'è una vena d malinconica dolcezza in Edward Thomas, caduto ad Arras: Questo contadinello morto in battaglia ha dormito all'aperto / più di una gelida notte [...] / "Al Biancospino, dalla signora Brughiera" diceva / "ho dormito". Nessuno sapeva in quale biancospino. Sopra la città / oltre "Il Bovaro", a centinaia imbiancano la collina / nel Wiltshire. E infine dove ora dorme / più sodo in Francia, anche questo lo tiene segreto.
Ben diverso, nella nota poesia di Me Crae, emerge e un rapporto implacabile tra combattenti e caduti: [...] / Noi siamo i Morti. Qualche giorno fa / eravamo vivi, sentivamo l'alba, vedevamo rifulgere il tramonto, / amavamo ed eravamo amati, e ora siamo distesi / nei campi di Fiandra. / Riprendete voi la nostra lotta con il nemico, / a voi con deboli mani affidiamo / la fiaccola; a voi il compito di levarla in alto. / Se rompete il patto con noi che moriamo, / noi non riposeremo, anche se spunteranno Ì papaveri / nei campi di Fiandra.
Il dramma dell'ufficiale che porta i suoi uomini al fuoco è ben presente in Edward Mackintosh: [...] Lei era solo il papà di David, / ma io avevo cinquanta figli / [...] Oh Dio, li ho sentiti / invocare aiuto e pietà da me, / che non potevo far nulla.
Ai componimenti poetici si affiancano brani di diario, di lettere, tutti elementi utili a far rivivere la memoria o, meglio, una parte della memoria, segnatamente quella dei combattenti di lingua inglese. L'Autore denuncia poi una particolare sensibilità cimiteriale, che lo spinge ad indicare con precisione, per moltissimi cimiteri di guerra, il numero esatto delle salme e la loro nazionalità. Tanta pignoleria statistica, a parte il doveroso rispetto per il sangue britannico, è talvolta insignificante ai fini della conoscenza delle singole vicende, come nel caso della noiosa trattazione della battaglia della Somme, di cui diventa arduo capire il senso, continuamente distrarti come si è dalla analitica contabilità mortuaria di una delle due parti in lotta. Va detto che se il ruolo dei numeri era quello di esprimere l'orrore e la sacrosanta contestazione della guerra in nome della vita, forse è più eloquente la parola dei poeti: Le mosche! Oh Dio, le mosche / insozzavano la sacralità della morte lamentava Herbert. E Charles Sorley. Avanti, uomini in marcia avanti / alle porte della morte con canti. / [...] Spargete la vostra letizia sul letto della terra: / orsù,