Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Storia politica. Secolo XX
anno <2000>   pagina <84>
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Libri e periodici
siate allegri, orsù siate morti. Quando anche Sorley cadde aveva una poesia nello zaino che concludeva così: La grande morte si è presa tutti per sempre .
Tale è intatti il messaggio che viene dalle trincee, dove gli uomini subiscono bombardamenti allucinanti e da dove partono per attacchi suicidi che fanno dire al poeta americano Alan Seeger, anch'egli caduto alla Somme, di avere preso un im­pegno con la morte: ed io, che alla parola data sono fedele, / non mancherò all'appuntamento .
Purtroppo l'editore ha pensato bene di cambiare il titolo, che sarebbe stato attinente al contenuto, in ha grande storia della prima guerra mondiale, con l'audace giustificazione, riportata nel risvolto di sovraccoperta, che è questa la prima opera completa e dettagliata su tutti i fronti di combattimento della Grande Guerra. Nel ricostruire puntualmente giorno per giorno, battaglia per battaglia le fasi di quello che non fu solo il conflitto più cruento di ogni tempo, ma anche il peccato originale del nostro secolo, riesce a far parlare sia le cifre che le voci .
H guaio è che le voci non anglosassoni sono rare e marginali, come marginale è la trattazione dei fronti non inglesi, confinati a una funzione di contorno. Si ri­schia così di ricevere dal testo una visione deformata dei farti, quando la promessa di una Grande Storia parrebbe legittimare il lettore a ben altre attese. Assurgono invece a fonti primarie di storia i ricordi di qualche infermiera inglese: una Florence Famborough per il fronte orientale, una viscontessa d'Abernon per quello italiano. Non è privo di significato che a quest'ultimo siano state riservate, complessiva­mente, dieci pagine su settecento: Cadorna è citato una volta, Diaz mai, come pure Benedetto XV. E tuttavia, anche in uno spazio così ristretto, non mancano le im­precisioni, come quella che vuole il 31 ottobre 1918 i marinai slavi, cui era stata appena ceduta la flotta austriaca, veder con orrore una torpediniera italiana, che non voleva credere che quelle navi da guerra non facessero più parte della flotta nemica, silurare la corazzata Viribus Unitis (p. 592); è noto che non dell'azione di una torpediniera si trattò, ma dell'incursione di due assaltatori che applicarono alla chiglia della Viribus un ordigno chiamato Mignatta, che non era un siluro ma una specie di mina. Del resto, l'Autore non deve avere una grande dimestichezza con la storia italiana in genere, dal momento che crede che la dichiarazione di guer­ra del governo Badoglio alla Germania sia dell'aprile 1944, mentre è del 13 ottobre dell'anno precedente.
L'onesta incapacità di Gilbert di calarsi in una prospettiva diversa da quella britannica produce anche effetti curiosi. Viene giustamente ricordata la pericolosa propensione alla guerra del generale Moltkc (pp. 22-24), ma non la rinnovata pro­posta dell'ammiraglio Fisher di aggredire preventivamente la flotta tedesca, né il linguaggio violento dei portavoce inglesi che risvegliò nei tedeschi il timore di una Copenaghen (l'espressione moderna sarebbe Pearl Harbor), come scrive un altro professore di Oxford, John Roberta. Della guerriglia araba nei deserti della Libia italiana si fa parola solo per le incursioni contro Sollum e Sidi-el-Barrani del novembre 1915 (p. 261), quando le guarnigioni italiane, battute in tre successivi scontri, si erano ritirate dall'estate precedente nei centri maggiori della costa, ab­bandonando agli arabi tutto l'interno.