Rassegna storica del Risorgimento

GAROSCI ; ALDO ; RICORDO
anno <2000>   pagina <288>
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Libri e periodici
Nel teatro di Jesi tanto zelo politico fu all'origine di un curioso episodio che leggiamo nel saggio di Francesco Gatti // Teatro della Concordia (1798-1883): in una lettera del 30 giugno 1798, il presidente della Municipalità scriveva all'Amministra­zione centrale del dipartimento del Metauro che gli affari della compagnia d'istrioni chiamata a rappresentare "commedie democratiche" [...] erano andati male perché i nobili non si erano recati a teatro e non avevano perciò costituito la consueta scorta in danaro per gli impresari attraverso il pagamento del bollettone, e la scorta era sempre la base principale di guadagno delle compagnie musicali o di prosa attive in teatro. Ed ecco la risposta del 6 luglio: non possiamo biasimare il partito da voi preso per tenere sollevato il popolo, e farlo istruire delle massime democratiche di avere fatta venire una compagnia di istrioni la quale è stata molto a proposito per ottenere la fine che vi eravate proposti. Ci sembra però irregolare che voi vogliate prendervela cogli ex nobili ed aristocratici perché questi non abbiano frequentato il teatro, e ridotto a mal partito il povero impresario, tanto che per sollevarlo dalle sue miserie vorreste obbligare i sud[deta] a pagare il bollettone, che erano soliti di pren­dere nelle altre occasioni di commedia. Pare a voi che le leggi democratiche possano talmente limitare la libertà dei citt[adin]i, che questi non siano padroni di esentarsi dai pubblici spettacoli? Chi pretendesse di violentarli in questa parte meriterebbe non solo il titolo di aristocratico, ma di despota terribile. Quando Roma giaceva sotto il despotismo de' suoi tiranni, imperatori, vi fu solo Nerone che obbligasse la nobiltà romana ad intervenire per forza ai pubblici spettacoli. Tirate voi la conseguenza, o citt[adin]i, quanto siamo lontani dal potere aderire alle v[ost]re domande. Impiegate il v[ost]ro zelo in oggetti più vantaggiosi per il pubblico bene, e godrete tranquilla­mente. Salute e fratellanza .
La lettera è un magistrale esempio di mediazione politica per tentare di risolve­re una situazione singolare ed imbarazzante. Evidentemente per i gestori repubblicani jesini erano passate invano le controversie di Alfieri e Calzabigi, o gli artìcoli di Fran­cesco Saverio Salti sulle pagine del Termometro politico di Milano (6 Termidoro anno VI, 26 luglio 1796) a proposito del teatro che, se per crescere ed assolvere ai sui spe­cifici compiti deve essere libero, e per questo ha bisogno di un dignitoso sosten­tamento economico è pur vero che questo sostentamento non può averlo né da un privato né tantomeno da un principe, anche se illuminato: può soltanto riceverlo da uno stato democratico. Era la grande idea rivoluzionaria, quella del teatro a ge­stione pubblica che ha dato origine al teatro inteso in senso moderno producendo, da allora fino ai nostri giorni, non pochi importanti frutti con la nascita dei teatri na­zionali e degli stabili. A Jesi questa idea era curiosamente sfuggita.
Ma, per tornare al teatro della Concordia, a onor del vero, è evidente che il suo esordio rivoluzionario fu soltanto un caso e la sua nascita rappresentò piuttosto il giusto coronamento di una secolare tradizióne della città di Jesi che conobbe fin dalle origini una intensa vita teatrale, per la quale offrì sempre luoghi deputati di tutto rispetto. Non va dimenticato che già nel 1732 aveva inaugurato il suo primo vero teatro, quello del Leone, anch'esso a gestione totalmente privata e che agì fin­ché non fu attivo quello della Concordia.
Interessanti a questo proposito sono non soltanto i saggi sull'argomento riuniti nel primo volume nel capitolo intitolato La storia e produzione del Teatro ma anche l'ultimo capitolo del secondo volume, La produzione artistica del teatro interamente