Rassegna storica del Risorgimento
GAROSCI ; ALDO ; RICORDO
anno
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2000
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pagina
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296
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-96 Libri e periodici
ne sempre fermi due principi: la fedeltà al governo anche nel passaggio dalla Destra alla Sinistra e l'anticlericalismo. Quanto fu incisiva la sua azione non è però particolarmente chiaro. Sicuro di sé, preciso e dettagliato nelle relazioni al ministero, ebbe discreto consenso nelle province che resse ma anche aspri oppositori che ne criticavano soprattutto la scarsa azione e la cura di interessi particolari.
A Teramo si trovò implicato nella questione relativa al rientro in sede del vescovo Milella che egli osteggiò decisamente ma al quale dovette poi piegarsi per volontà del governo. Fu poi al centro della vertenza relativa alla riapertura del Seminario diocesano che presentava numerosi problemi rispetto alla legislazione italiana in materia di titoli degli insegnanti, programmi, libri di testo. Maramottj era, ovviamente, per la chiusura immediata dell'Istituto, tutta la vicenda fu comunque mal gestita dalle autorità provinciali e si trascinò per anni. Il prefetto non vi fece una gran figura e per certi abusi di legge si giustificò con la sua temporanea assenza dalla città. Da ultimo fu coinvolto nei maneggi relativi alla vendita all'incanto dei beni demaniali; sollecitato dal governo svolse alcune indagini, che non portarono però ad alcun risultato concreto. Il prefetto, se non fu accusato direttamente di far parte dell'imbroglio, fu considerato dal ministero delle Finanze responsabile di non essersi accorto della truffa e di non averla impedita.
Tale vicenda si sviluppò nel corso del '66 e, anche se Proietti non ne fa cenno, non mi sembra poter essere completamente estranea al suo trasferimento a Ravenna, maturato ai primi del '67. L'autore parla di passo avanti nella carriera ma la condizione della nuova provincia era talmente esplosiva che per Maramotti si trattava veramente di una difficile prova.
U prefetto entrò in città proprio nel momento in cui la setta degli accoltellatori, di cui ancora oggi molti aspetti rimangono oscuri, si stava facendo più pericolosa; si parlò subito di misure eccezionali, e nei primi mesi di incarico egli procedette a numerosi arresti, soprattutto tra i repubblicani, a seguito di nuovi attentati. Ai primi del '68 l'ordine pubblico era fortemente turbato e la questione fu affrontata anche in parlamento. Il momento di maggior crisi fu raggiunto in giugno con l'omicidio del procuratore del re presso il tribunale di Ravenna Cesare Cappa. Fu messo in causa l'operato del governo e del locale prefetto, soprattutto da Domenico Farini. Anche a livello locale Maramotti dovette affrontare l'attacco dei progressisti; fu costretto a subire l'umiliazione del rilascio degli arrestati per mancanza di prove ed ebbe anche minacce di morte. Il clima divenne sempre più teso con reciproche accuse tra governativi e opposizione che rimbalzavano dal parlamento al ravennate. Il prefetto, incalzato dagli avvenimenti, perse, io credo, il polso della situazione; non sappiamo se fu lui stesso a chiedere il trasferimento al nuovo ministro dell'Interno Cantelli, o se sia stato il ministro a considerare inopportuno mantenerlo in quella sede. In ogni caso il trasferimento avvenne e il 13 settembre 1868 Maramotti raggiungeva Perugia dove avrebbe trascorso il resto della sua vita, coinvolto, come rappresentante del governo, nei grandi mutamenti che portarono al consolidamento dello stato unitario, dalla presa di Roma ai governi della sinistra, dalle riforme politiche a quelle amministrative.
La provincia, nell'immediato, era oggetto di notevole interesse da parte del governo in quanto territorio di confine verso il superstite stato pontificio. Proietti ritiene che non si può accettare la tesi della Bartoccini che vede il territorio ormai