Rassegna storica del Risorgimento

DE CANDIA ; MARIO ; TENORE ; MUSICA ; COLLEZIONISMO
anno <2000>   pagina <446>
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446 Libri e periodici
nicipalità di Tito, fervente assertore della nuova visione dei rapporti tra gli uomini che si richiama alla uguaglianza fra cittadini e rifiuta ogni sudditanza.
La tragedia che si abbatterà sulla famiglia Cafarelli prende via via corpo nella temperie di una provincia del Regno, la Basilicata, tra le più generose nell'appoggio alla Repubblica del '99 e, perciò, anche per la sua posizione geografica rispetto all'avanzata dell'esercito della Santa Fede guidato dal cardinale Ruffo, tra le prime ad essere esposta alla violenza di quanti, lontani persino dal risentimento reazionario, si abbandonarono ad ogni efferatezza: già il 21 febbraio Scipione ed il figlio Giuseppe impediranno agli armigeri del potentino conte Loffredo di assalta­re il municipio ; allo stesso modo, venne stroncato sul nascere il tentativo di Gen­naro Cupolo di arruolare ritesi per la cristianissima armata; il 13 aprile il luogo­tenente dello Sciarpa, Michele Di Donato, travolge la resistenza di Tito, che, ridotta ad un cumulo di rovine, sarà abbandonata dallo Sciarpa il 18 dello stesso mese.
Si avvicina così il 27 maggio, giorno dell'epilogo, che ci viene narrato da un coevo francescano, poi ripreso dal Conforti e da altri storici: il capofamiglia, Sci­pione Cafarelli, lascia il paese, mentre il fratello Pasquale tradotto a Potenza fu fucilato e seviziato coi calci di fucile ; uno dei figli, Giuseppe, venne stanato da un rifugio di campagna, gli fu tronco il capo che sarà, poi, portato come trofeo su una picca; gli altri figli, minorenni, anche se risparmiati, saranno sottoposti a tribo­lazioni di ogni genere, mentre le figlie femmine furono rinchiuse in convento; la madre, Francesca, dopo la cattura, finiva torturata acciò avesse rinnegata la sua fede e, alla fine, veniva fucilata con ammirazione universale per la sua tenacia ed il suo dignitoso rifiuto di rinnegare le proprie convinzioni repubblicane; Scipio­ne, infine, secondo quanto riferisce Giustino Fortunato basandosi sul registro dei morti della cattedrale di Matera, finì i suoi giorni in quella città il 2 marzo 1800, in vinculis detentus Regiae Audientiae, gravi febre oppressus.
Una storia sconvolgente, che potrebbe essere sospettata di rielaborazione let­teraria se non sapessimo che il clima che portò, limitandoci a personaggi femminili, la Sanfelice o la Pimentel de Fonseca al patibolo era proprio quello della feroce vendetta e del giudizio sommario e senza appello. Una storia, però, ancor più scon­volgente perché consumata in paesi sperduti, nella solitudine e nella disperazione di comunità in cui il boia coincide con il contadino cui magari si volevano assegnare quei terreni demaniali che i baroni usurpavano anche per rafforzare simbolicamente il proprio potere.
Una vicenda, quindi, all'interno di processi storici epocali che ci riporta alla ri­flessione su lacrime e sangue di cui grondano gli scettri, ma anche sui tanti altri simboli del potere che non disdegna di allearsi con la violenza e la prepotenza. Un caso emblematico, come si diceva all'iniziò, di come la storia può irrompere nella vita di una famiglia per portarla al suo annientamento. Una storia che va co­nosciuta per rendere giustizia a quanti, pur non essendo annoverati tra coloro che hanno promosso conquiste di civiltà, forse con maggiore determinazione, attraverso il sacrificio personale, certamente non auspicato e rincorso, ma umanamente temuto ed evitato, hanno contribuito, e contribuiscono, quantomeno a mettere in crisi la nostra coscienza rispetto a diritti conculcati ed a vite spezzate.