Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Storia amministrativa. Secolo XIX
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2000
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Martina Simeti
anche un'altra intenzione: utilizzare il dibattito sulla triplice autonomia come lente attraverso cui gettare un primo sguardo sul problema della sensibilità dell'opinione pubblica nei confronti dell'istruzione superiore. Un tema che gli studi di storia dell'università hanno spesso trascurato. L'importanza degli aspetti istituzionali e amministrativi e la vastità del materiale offerto dai progetti di legge, dalle relazioni che li accompagnavano, così come dalle discussioni parlamentari, infatti, hanno indotto gli storici a concentrarsi su tali fonti senza cogliere un altro aspetto, che può contribuire in modo decisivo a ricostruire la storia dell'università. Mi riferisco all'ampiezza del movimento d'opinione che accompagnò le vicende dell'istruzione superiore nell'Italia postunitaria.
2. Lo stato dell'istruzione superiore aveva cominciato ad essere oggetto di critiche allarmate già da lungo tempo. Nonostante i numerosi tentativi volti a ridurre il numero delle università, i diciassette atenei che gli antichi Stati avevano lasciato in eredità al momento dell'unificazione e a cui in seguito si aggiunsero quelli di Padova e Roma continuavano a gravare sulle casse dello stato nella loro irrazionale distribuzione, con un numero altissimo di sedi ammassato nella parte centro-settentrionale del paese e uno solo a Napoli a servire tutto il Mezzogiorno continentale. Inoltre, il problema della mancanza di uniformità non si limitava alla distribuzione territoriale degli atenei. Anche dal punto di vista della qualità dell'insegnamento erano riscontrabili differenze profonde tra i centri della penisola. Differenze accentuate poi dal fatto che, com'è noto, inizialmente la legge Casati era stata estesa sul territorio nazionale a macchia di leopardo lasciando in vigore leggi e regolamenti risalenti al concitato periodo dei governi provvisori, se non addirittura al periodo preunitario. Tale stato di cose spiega, ad esempio, come mai in alcuni centri l'iscrizione fosse rimasta a lungo meno costosa che in altri, o che il grado di difficoltà per il compimento degli studi variasse fortemente da una sede ad un'altra. Basti ricordare a questo proposito il caso dell'ateneo napoletano dove fino al 1865 l'obbligo di iscrizione per gli studenti non era considerato obbligatorio per il conseguimento del titolo dottorale. Per non parlare poi di tutti quei piccoli centri privi di laboratori scientifici e di strutture atte a garantire un livello di ricerca almeno dignitoso, nonché dotate solo di una o due facoltà.
Fallita anche la proposta avanzata nel 1870 da Cesare Correnti che nell'ambito della politica di pareggio del bilancio del ministero Sella aveva promosso l'abolizione di tutti quei centri in cui il numero degli studenti iscrìtti non fosse stato almeno otto volte maggiore rispetto a quello dei professori, la realtà policentrica si era venuta sempre più consolidando. Grazie anche ad alcune leggine di pareggiamento che avevano riportato