Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Austria. Risorgimento
anno <2001>   pagina <292>
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292 lJbrì e periodici
niente rappresentative che Salvemini ebbe modo d'incontrare nella sua adolescenza e primissima giovinezza, sì da conferire carne e sangue a quel che potè risultare già a suo tempo un certo schematismo classista nello studio famoso che illustrava Mol-fetta ai lettori cU Crìtica sociale.
Ma è il sottotitolo a liberarsi, per cosi dire, di una pregiudiziale che può alla lunga riuscire ingombrante se non addirittura fuorviante quale quella dell'individuo Salvemini, ed a proporre un problema politico in senso lato, ed importante per sé stesso, la formazione e l'articolazione di un gruppo dirigente all'interno di una città in rapida espansione demografica ed urbanistica, e con crescenti connotati impren­ditoriali e manifatturieri moderni, rispetto ai capisaldi tradizionali delle risorse prima­rie deH'ólivli [è della pesca. Ebbene, questo gruppo che viene in essere nel Vom/àr borbonico e si delinca sempre meglio nel decennio della repressione è costituito in massima parte da intellettuali, con l'eccezione solo parziale di Vito Cesare Boccardi, i quali in gran maggioranza, a cominciare da quest'ultimo, sono preti, donde la centra­lità del seminario quale serbatoio e fucina per tutto questo discorso.
Il seminario, a partire da Trento, dovrebbe identificarsi col vescovo, che tante volte nel Mezzogiorno ha dovuto penare decenni e secoli per impiantarlo e mante­nerlo in vita contro le resistenze non esclusivamente economiche di un clero locale non soltanto ricettizio.
Ma a Molfetta, nel periodo considerato, non è così, ed anzi la figura del vesco­vo non solo si dissolve sullo sfondo della narrazione ma spesso, e per lunghi anni, scompare fisicamente del tutto, riproponendo a metà Ottocento quel gran problema delle sedi vacanti che alla fine del secolo precedente aveva ispirato il lamento delle vedove al molisano Francesco Breneola e che aveva assunto nel Decennio dimen­sioni patologiche, si pensi al molfettese Giuseppe Maria Giovine, l'illustre scienziato, còsi a lungo e tanto incisivamente vicario a Lecce.
Proprio con questi personaggi, aggiungendovi almeno Minervini e Poli, sempre su una sfumatura che va facendosi consapevolmente filosofica, si tocca il cuore dello status specifico di Molfetta, una città che è stata infeudata fin dal primo Cinquecento ma non ha mai visto la faccia di un suo principe, Gonzaga, Spinola o Gallarati Scotti egli si chiamasse, sicché il potere è rimasto concentrato in un ceto notabilare e patri­zio del quale il capitolo cattedrale veniva a costituire, come di consueto in questi ca-sf, la punta di diamante, confinando nel possesso terriero fine a sé stesso gli ordini religiosi, in primo luogo i Domenicani.
Molfetta è dunque da sempre un organismo avvezzo a governarsi da sé, non ha nulla che ricordi la burocrazia regia di Tram* o il S. Nicola di Bari o la prelatura di Altamura, e quest'autonomia si colora nel primo Ottocento di quelle venature politi­che che meglio all'autonomia provinciale facevano ricorso, e da essa traevano linfa, a cominciare dalla carboneria.
Allorché poi, con gli anni Quaranta, questa connotazione locale e localistica, già prepotente, s'irrobustì e prese miglior coscienza di sé a Napoli alla scuola di Francesco de Sanctis, col venosino Luigi La Vist studente a Molfetta, fare da pottinsegna, ma con molfettcsi puro sangue, Orazio Pansini, i fratelli Felice; ÉQ-lamo Nisio, Sergio de Judicibu, tutti preti,, i primi tre assunti sigdficatrvaménte prò-