Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Bologna. Ordine pubblico. Secolo XX
anno <2001>   pagina <438>
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438 Libri e periodici
re di storia lucchese, ha trattato dell'immagine del Ducato tra Sette e Ottocento ri­spondendo alla domanda: repubblica felice o isola clericale? con giudizi conclusivi che propendono per la seconda ipotesi. È certo far torto: ai numerosi relatori che hanno affrontato aspetti poco noti ai più il non ricordarli singolarmente: hanno of­ferto con le loro fatiche negli archivi locali molti elementi di novità, e contribuito alla completezza del quadro. Sino ad oggi si avvertiva la mancanza di una sintesi di questo tipo: che tenesse conto, cioè, più che di vicende politiche abbastanza note, del paese reale, della vita quotidiana, della sanità, della scuola, della cultura, delle classi sociali, dell'opinione pubblica. Di questo importante punto di approdo dob­biamo essere grati agli enti promotori, ed in particolare a Maria Luisa Trebiliani, che ha fortemente voluto e seguito con passione questa iniziativa che fa onore alla città.
Chi non è addetto ai lavori non conosce, cioè, come gli studiosi locali, con sufficiente informazione, uomini e vicende del Ducato ha imparato molte cose, ed ha tratto alcuni elementi di riflessione.
E ricorrente, in più di un intervento, un'autocritica severa per un ambiente giudicato clericale, chiuso, opaco e per una dinastia che è, per luogo comune conso­lidato, e sotto certi aspetti fondato, valutata in modo tutt'altro che benevolo. Ma al di là dell'operato di Maria Luisa e di Carlo Ludovico, di cui emergono i limiti, figure come quella di Mansi, e di altri amministratori ed uomini di cultura, sono esempio di serietà, capacità e consapevole ricerca del bene collettivo. In un ambiente spesso chiuso, in una realtà finanziaria difficile, la crescita del Ducato che ha gli anni contati appare tutt'altro che trascurabile. Si insiste forse troppo sul confronto dei Granducato di Toscana, di fronte al quale, ovviamente, Lucca non regge. Ma quello lorenese è uno Stato unanimemente ritenuto, sotto ogni aspetto, il migliore e il me­glio amministrato della penisola. E anche nel campo della cultura in paragone con Firenze è improponibile. Bisognerebbe forse allargare il discorso, per rendersi conto che almeno in alcuni settori Lucca non sta certo peggio, negli anni che precedono il '47, di Parma o di Genova. Non mancano, sia pure in realtà sociali ed economiche diverse, punti di somiglianza: il discorso sui difetti dell'aristocrazia lucchese fa riflet­tere su alcune analogie con l'aristocrazia genovese.
Uno Stato piccolo, con un?esistenza segnata dai trattati, ha pure nelle sue mo­deste dimensioni un'amministrazione più che dignitosa, e non è del tutto estraneo al processo di crescita culturale e di aperture riformistiche che matura nella penisola. Certo le radici passate, ed il diverso rapporto, rispetto a Firenze, tra Chiesa e società civile, creano una situazione, nei riguardi di Firenze, di differenze e resistenze. Ma in quello che Gaetano Greco definisce ambiente cittadino piccolo e chiuso, e di sdegnoso isolamento , non mancano figure di tutto rilievo: qualcuno ha ruoli im­portanti nel Granducato di Toscana, e anticipa un processo di profonda trasforma­zione. Antonio Mazzarosa, Luigi Fa macia ri, Giorgi ni sono tra i nomi più significativi di una aristocrazia lucchese tutt'altro che isolata, nei suoi uomini migliori, dalle cor­renti politiche e culturali di un'epoca di crescita delle idee liberali e nazionali.
Gli aspetti conservatori di gran parte dell'aristocrazia lucchese sono un tentati­vo di difesa di un'identità destinata ad affievolirsi col tempo: dopo il passaggio alla