Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Bologna. Ordine pubblico. Secolo XX
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2001
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444 Libri e periodici
moderatore dei partiti estremisti e rappresentante dell'interesse generale della nazione (c,p.287),
Sonnino era sostenitore di un indirizzo di politica economica mirante ad e-spandere il processo produttivo e contrario alla speculazione ed all'affarismo, indirizzo che informò la sua attività di ministro durante il governo Grispi (cfr. p. 250; su questo aspetto dell'opera di Sonnino si veda A. Jannazzo, Somino e Crispi, in ID., Ubera/i e azionisti fra politica e cultura cit., pp. 55-67). Egli aveva ben presente il legame che intercorreva fra lo sviluppo economico tè le conseguenze sociali che ne potevano derivare.* da una parte, non voleva che i costi del progresso produttivo potessero avere conseguenze pesanti per i ceti popolari e quindi potessero contribuire ad aumentare le distanze di reddito fra le classi sociali; dall'altra, avvertiva l'esigenza di favorire il più possibile la diffusione della ricchezza fra i lavoratori, in modo che essi non avessero interesse a sovvertire l'ordine esistente (cfr. p. 65). Per quanto riguardava in particolare l'agricoltura, si doveva evitare che l'innalzamento dei redditi dei contadini gravasse sui profitti, perché ciò avrebbe pregiudicato l'impiego dei capitali per gli investimenti; il miglioramento delle condizioni economiche dei contadini doveva invece gravare sulla rendita fondiaria, perché essa non aveva alcun nesso dal punto di vista economico con l'industria agraria (cfr. p. 72 e pp. 76-77).
La posizione di Sonnino era molto vicina alle tesi esposte da Stuart Mill nel libro V dei Principi di economia politica, il quale così scriveva: Supponiamo che vi sia una specie di reddito che tenda all'aumento continuo, senza alcuno sforzo o sacrificio da parte dei possessori; questi possessori costituiranno una classe entrò la collettività, che il corso naturale delle cose arricchisce progressivamente, pur con una completa passività da parte loro. In tal caso non porterebbe alcuna violazione dei principi su cui è fondata la proprietà privata se lo stato si appropriasse di questo aumento di ricchezza, in tutto o in parte, a mano a mano che esso si verifica. Questo, in sostanza, non significherebbe portar via nulla da nessuno; significherebbe soltanto far si che l'acquisizione di ricchezza, creata dalle circostanze, vada a beneficio della società, anziché tollerare che essa costituisca un incremento non guadagnato delle ricchezze di una categoria particolare di persone. Questo è ciò che si verifica per la rendita (J. Stuart Mill, Principi di economia politica, traduzione di A. Campo-longo dell'edizione del 1871, Torino, UTET, 1954, p. 774).
Il miglioramento delle condizioni economiche dei contadini poteva essere per Sonnino raggiunto con il contratto di mezzadria: esso permetteva di redistribuire direttamente ai contadini parte dell'aumento della fèMlt agraria, in quanto si eliminava l'intermediazione dell'affittuario, che diventava superfluo grazie al diretto intervento ài tipo imprenditoriale del proprietario terriero. Fra proprietari e contadini non dovevano quindi frapporsi intermediari: la figura del fittavolo doveva essere messa ai margini dell'economia agraria (cfr. p. 75).
La conclusione che si può trarre è che il riformismo agrario di Sonnino era basato sulle possibilità offerte dalla dinamica delle categorìe economiche (cfr. p. 143): i salari dei lavoratori in agricoltura potevano essere aumentati senza intaccare in alcun modo i profitti dei proprietari terrieri. Nota però Meri che la crisi agraria e la