Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Bologna. Ordine pubblico. Secolo XX
anno <2001>   pagina <446>
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Ubrì e periodici
Nelle questioni più delicate quali la politica ecclesiastica e la politica scolastica, Bonghi fu sostenitore della necessità di accordare a ciascun individuo la libertà di scelta, in assenza della quale si sarebbe prodotta la tirannide e la violazione dei diritti individuali (p. 26). Centrale era in lui il rapporto fra classe politica e società civile, rapporto che negli anni di governo della Sinistra aveva subito un pericoloso sowextimento (ricordiamo la famosa immagine della piramide rovesciata ) in con­seguenza del quale non era più la società civile a condizionare la classe politica, bensì accadeva l'inverso, attraverso un controllo esercitato in maniera invadente e soffo­cante sulla pubblica amministrazione e sugli enti locali. Nota Rogari che agli occhi di Bonghi la degenerazione del sistema politico traeva la sua origine dalle profonde divisioni che avevano minato la classe di governo e che l'avevano spinta a fare della società civile terreno di conquista invece di conservare al ceto politico la giusta sepa­ratezza e alla società civile la necessaria autonomia che ne garantisse la crescita vir­tuosa (p. 42). L'allargamento del suffragio elettorale avrebbe prodotto l'ulteriore scadimento della qualità della classe dirigente e la conseguente instabilità delle istitu­zioni: tanto valeva allora concedere il suffragio universale ed in tale maniera coinvol­gere nel gioco politico i ceti rurali, i quali avrebbero potuto compensare l'estremismo politico diffuso nei ceti urbani (p. 47).
Bonghi paventava la tirannia delle masse , processo che vedeva avanzare con la democratizzazione delle istituzioni rappresentative (p. 80); tale processo poteva trovare un argine nel rafforzamento del ruolo del Senato, la camera di nomina regia che aveva il compito di mitigare le possibili intemperanze democratiche della Ca­mera elettiva ed assolvere in questo modo ad una funzione di garanzia della conti­nuità istituzionale (p. 85). Ricollegandosi a queste idee espresse nel corso degli anni Ottanta (e Rogari insiste molto su tale continuità), nell'ultimo periodo della sua vita Bonghi manifestò l'esigenza di una nuova funzione della figura del principe, in un contesto istituzionale nel quale a suo dire i partiti avevano prodotto la disso­luzione del quadro politico, la classe media aveva subito un processo di corruzione, le masse popolari rischiavano di minacciare la stabilità delle istituzioni: il principe avrebbe dovuto assolvere ad una funzione di controllo morale contro i vizi e le de­generazioni parlamentari e riappropriarsi dello scettro, nominando il presidente del Consiglio anche a prescindere da quelle che potevano essere le indicazioni delle maggioranze parlamentari, cercando di interpretare e di farsi portavoce di quella che era l'autentica volontà della Camera (pp. 94-95; su questo aspetto si veda Antonio Jannazzo, Uantiparlamenlarismo italiano di fitte secolo 1882-1898, in Libera/i e azionisti tra politica e cultura, Palermo, La Zi sa, 1993, pp. 28-41, In part. p. 34).
Queste posizioni di Bonghi (che Rogari definisce revisionismo costituzio­nale ) erano in parziale contraddizione con quanto egli aveva in precedenza afferma­to a proposito del regime costituzionale e del governo parlamentare, ma trovavano una spiegazione nell'evoluzione delle idee di settori della Destra negli anni di gover­no della Sinistra, settori che erano sempre di più portati ad avversare le caratteristi­che assembleari che stava assumendo il sistema politico italiano: le contraddizioni di Bonghi si chiariscono se come sostiene Rogari comprendiamo che il suo è un