Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Bologna. Ordine pubblico. Secolo XX
anno <2001>   pagina <447>
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Libri e periodici 447
richiamo al valore del magistero morale che un sovrano, ossia un capo dello stato non eletto, può e deve esercitare ai fini dell'interesse nazionale (p. 96; sul valore simbolico della monarchia piemontese e sulla funzione di legittimazione che l'adesione ad essa ebbe per le classi medie italiane fin dal 1848 si veda Romano Pao­lo Coppini, / moderati nell'età della Destra Storica, in AA.W., Alla ricerca dell'età libe­rale. Ricordo di Alberto Aquarone, a cura di S. Notati, Milano, Giuffrè, 1999, pp. 87-96, in part. p. 95).
Rogari mette in evidenza (seguendo quanto ha sostenuto a tale riguardo Luigi Lotti) come agli occhi di Bonghi Cavour rappresentasse il modello a cui ci si dovesse ispirare nella prassi di governo. Egli lo ammirava in quanto massimo genio dell'arte di governo e riteneva che le sue qualità politiche dovessero essere recepite dagli esponenti della Destra, trasformandosi al tempo stesso però in scienza di gover­no : ciò che Cavour avessa realizzato [...] doveva divenire opera sistematica e gra­duale di costruzione del nuovo stato e non poteva più essere il frutto di un genio individuale, ma doveva divenire opera sistematica e consapevole di tutta una classe politica (p. 5). Secondo Bonghi questo non si era realizzato: fin dagli anni Sessanta egli denunciò come la classe dirigente moderata si stesse dividendo in gruppi i quali altro non erano se non espressione delle varie realtà regionali ed in tale articolazione i piemontesi finirono per assumere (dopo la morte di Cavour e soprattutto a partire dal governo guidato da Rattazzi nel 1862) un ruolo autonomo nell'ambito del partito moderato, con tutte le inevitabili conseguenze che tale atteggiamento produsse sulla tenuta dei governi e quindi sul funzionamento dell'intero sistema politico, frantuma­to e destinato ad essere privo di maggioranze politiche stabili. Si può quindi capire perché Bonghi fosse critico nei confronti del processo di piemontesizzazione delle istituzioni italiane, in questo assai vicino alle posizioni della Destra toscana (a tale riguardo si veda Romano Paolo Coppini, Leopoldo Galeotti e il moderatismo toscano, in Rassegna Storica Toscana, a. XXXVII (1991), fase. Il, pp. 185-208, in part. p. 189); per ottenere risultati stabili ed equilibrati occorreva armonizzare fra loro le realtà giu­ridiche preunitarie piuttosto che imporre un modello a tutta la penisola. Occorreva in sostanza italianizzare le leggi e l'amministrazione e superare quel centralismo giu­ridico che era il prodotto dell'estensione delle istituzioni piemontesi al resto del-tttalisu
Altro punto dell'analisi di Bonghi fu la critica dei cosiddetti partiti antisistema, la cui presenza si manifestò fin dai primissimi anni di vita dello stato unitario e che ha caratterizzato la politica italiana fino ad anni recenti: egli aveva colto i rischi che potevano provenire da opposizioni non leali e che non potevano divenire potenzia­li partiti di governo salvo a minacciare la stessa saldezza delle istituzioni (p. 12) e riteneva (come ebbe a scrivere nel 1878) che fosse infelice e dimentico di sé [lo sta­to] che lascia organizzare nel suo seno associazioni intese addirittura a distruggerlo (p. 45). Aveva preso corpo in Italia un sistema politico anomalo, in cui il centro ave­va il duplice compito di assicurare la formazione dei governi e di salvaguardare le istituzioni dalle alternative radicali provenienti dalle forze dell'estrema destra e dell'estrema sinistra: il centro in sostanza doveva cercare di allargare a destra : a