Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Bologna. Ordine pubblico. Secolo XX
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2001
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452
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452 Libri e periodici
Ciampani mostra come una parte cctòsistente dei cattolici romani abbia cercato di superare il drammatico dilemma attraverso la ricerca di una terza vìa, intrapresa già nella seconda metà degli anni Settanta e portata avanti, con buoni risultati, nel decennio seguente. Egli è riuscito a raggiungere risultati interessanti e innovativi mediante un lungo e paziente lavoro di ricerca e di minuta ricostruzione dei piccoli passi compiuti da notevoli personalità (a torto finora poco note, almeno sotto questo aspetto) e da personaggi minori, che operavano a livello organizzativo, elettorale, consiliare già al tempo dei sindaci Venturi, Ruspoli, Pianciani, e infine anche nella giunta municipale diretta dal prosindaco e poi sindaco Leopoldo Torlonia. Diversi luoghi comuni vengono quindi smentiti in questo serio e fruttuoso lavoro indirizzato alla scoperta della concreta e complessa realtà di Roma che troppo spesso è rimasta schiacciata dall'attenzione ai grandi contrasti di principio ed alle grandi questioni nazionali e internazionali.
Come si è detto, Ciampani segue Patteggiamento, nei confronti di Roma, dei leaders dei partiti liberali e soprattutto degli uomini al governo, a partire naturalmente da Depretis, ma cerca, con buoni frutti, di conoscere anche le posizioni delle autorità ecclesiastiche, e particolarmente di componenti del Sacro Collegio, come Bilio, Rampolla, Czacki. Di notevole interesse mi sembra, al riguardo, il memoriale qui pubblicato di mons. Domenico Jacobini, che conferma l'importanza e la ricca personalità di questo prelato, già segnalate da Mario Casella. In quel documento lo Jacobini vede l'esperienza dell'Unione Romana per le elezioni amministrative come un modello da imitare e come possibile germe di un più generale orientamento politico di cattolici italiani lontani da mire legittimistiche e aperti al dialogo con esponenti dei diversi partiti liberali. In prospettiva si vede insomma la possibile costituzione di un partito nazionale di cattolici né transigenti né intransigenti, partito che un buon numero di vescovi e cardinali sembra auspicare nel 1882 non soltanto a livello amministrativo.
È chiaro a questo punto come, pur in regime di astensione dalla vita politica dei cattolici fedeli al Papa, si vengano formulando idee e progetti che toccano in qualche modo anche il problema sempre all'ordine del giorno del sistema dei partiti in Italia. Da un lato vi è l'aspirazione di un buon numero di cattolici a dare un contributo ad un ordinamento della vita politica italiana fondato su di una rigida distinzione fra due grandi partiti, secondo il modello inglese e secondo la proposta del conservatore nazionale Stefano Jacini. Dall'altro lato vi è la realistica constatazione della convergenza al centro e del trasformismo come caratteri prevalenti e permanenti nella storia del Regno di Sardegna e poi in quella del regno d'Italia, e vi è la preoccupazione, in ambienti ecclesiastici e laicali, che la trasformistica convergenza al centro da parte dei diversi partiti liberali (non solo di Depretis e Minghetti, ma pure di Cairoli e Sella) possa escludere perennemente i cattolici anche dalle amministrazioni locali. Perciò, quanti fra questi ultimi desiderano vivamente, per patriottismo o per difendere interessi religiosi o economie, partecipare attivamente alla vita civile sono portati, in tutta Italia, a cogliere le possibilità che si offrono per un inserimento nelle amministrazioni comunali o provinciali, anche in vista di una futura presenza pure a livello politico. A Roma però questa partecipazione riveste, per le note tagio-