Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Storia amministrativa. Secolo XIX
anno <2001>   pagina <503>
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La polìtica fiscale di F. Crìspi .503
concezione della politica, nella cultura e nei comportamenti. B questa distanza avvertivano Sonnino e Faòni, che pure sostennero Ctispi, è ancora più facile intendere quale distacco quella politica suscitasse nell'opposizione che atàeva, il suo epicentro a Milano e in Lombardia ma che si ramificava al Piemonte, al Veneto, insomma a quasi tutta l'Italia settentrionale, salva la Liguria soprattutto in quella borghesìa industriale per la quale non di territori c'era bisogno ma di capitali e (per la quale) se i capitali da investire ed fossero stati, essi avrebbero trovato assai più redditizio impiego in patria che oltremare.7*2)
Ma soprattutto è facile immaginare il costo elevatissimo73) di quel di­segno, già difficile per le risalenti e mai composte divisioni politiche, per i conflitti socio-economici,74) per le resistenze e per i progetti alternativi.75)
Ebbene esso nacque monco se non altro per la incapacità a compren­dere la conseguente, assoluta necessità di una riforma, di un ammoderna­mento, anche strutturale, del sistema fiscale nazionale e locale: se il grande merito della legislazione crispina fu quello di essere prevalentemente ammi­nistrativa il che costituisce una rara eccezione nella storia legislativa del­l'Italia, se quindi le grandi riforme legislative del periodo Crispino accreb­bero enormemente i compiti dell'amministrazione, le sue dimensioni resta­rono, invece, contenute, limitate come erano dalle superiori esigenze di bilancio.7
72> Osserva-Jemolo che se le imprese coloniali crispine non ebbero il consenso della borghesia industriale, ebbero, però, quello della borghesia colta e politica della capitale e delle città del sud che nutriva gli stessi sogni di grandezza di Crispi (si veda A. C. JEMOLO, Chiesa e Staio in Italia itegli 'attimi cento anni, Torino, Einaudi, 1963, p. 294).
Mi riferisco ovviamente a quelli finanziari non a quelli personali di Crispi che rea­lizzò una vasta opera legislativa e amministrativa per l'organizzazione dello Stato ma lasciò cadere i progetti relativi alla concessione del suffragio universale, alla trasformazione in elet­tivo del Senato regio e all'istituzione .dell'indennità parlamentare che pure avevano caratteriz­zato (ma non caratterizzavano più) i suoi programmi politici.
7*ì Per la descrizione dell'abbandono, per l'Italia,: -della sola prospettiva agricola, della trasformazione in senso industriale, dei contrasti interlocali e intersettoriali nella nascente industria cosi variegata nelle diverse origini sociali dei protagonisti, nella disequilibrata dislo­cazione regionale e nelle diverse prospettive si veda À, Al BANTJ,, Storia della borghesia italiana. L'età liberale, Roma, Donzelli, 1996, pp. 143-179.
il È. sufficiente ricordare i punti fondamentali del programma che Giuseppe Colom­bo, autorevole leader del mondo industriale milanese, elaborò fin dal 1890 per un partito conservatore contrapposto alla politica crispina: decentramento amministrativo, diminuzione del numero delle leggi, nessun aumento delle spese e anzi riduzione di quelle militari. Per comprendere la crescita in Parlamento dell'opposizione a Crispi e al suo statalismo, negli anni della sua prima gestione, si veda F. CAMMARANO, Il progresso moderato. Un'opposizione liberale nella mila dei/Italia crispina (1887-1892), Bologna, il Mulino* t?90.
7> G. MEUS, Uamministratone, in AA.W., Storia Hello Stato italiano cit., p. 198.