Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Risorgimento. Storia della musica. Secolo XIX
anno
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2001
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pagina
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57B
Giuliana Simionato
della vita e, nel successo di un virtuoso o di un'opera, vedono un successo di nazionalità, un titolo in più per la stima dell'Europa civile .
E specialmente nell'Ottocento che vennero radicandosi due concezioni antitetiche: l'una, cioè, che gli italiani fossero maggiormente dediti al teatro, l'altra che i tedeschi primeggiassero nel concertismo. E, invero, l'Italia fu pervasa da una volontà compiaciuta di concentrare tutto nella musica d'opera, d'identificare il teatro con la propria indole musicale. Una concezione, questa, amplificata da pensatori come Stendhal e Goethe (quest'ultimo, ad esempio, traccia il solco fra musica italiana che parla ai sensi e musica: tedesca che parla allo spirito), anche se viene da chiedersi se questi due grandi non considerassero la nostra arte avente inizio solo con Piccinni, Paisiello e Cimarosa. Presero dunque corpo, fra nazionalismi un po' romanzeschi e concezioni filosofico-letterarie, due immaginari: a sud la melodia, a nord l'armonia; di qua la fisica, di là la metafisica. Se poi, durante il secolo, emersero fra noi Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi, e se in Germania si stagliarono Mendelssohn, Schumann, Brahms, Bruckner, bisogna tener conto che per poche opere e per poche sonate immortali, venne licenziato un nugolo di produzioni di routine. V'è tuttavia una differenza fondamentale ria la retorica del Settecento e quella dell'Ottocento: la prima obbedisce a se stessa, è autoreferenziale; la seconda è decisamente attratta nella sfera umana, nella comunicazione diretta, nella rappresentazione di una qualche verità. Inoltre, sullo sviluppo del melodramma ottocentesco pesarono alcuni portati della Rivoluzione Francese come l'oratoria politica e il nuovo spirito militare. In teatro i compositori sapevano di dover parlare alla folla, e ciò li portò a diradare il tessuto orchestrale, accentuando di contro la voce umana. Lo spirito militare (alimentato dalle imprese napoleoniche e dalle guerre europee per l'indipendenza) serpeggia cosi come i passi di danza nell'opera italiana anche dove la guerra non c'entra per nulla. Le grandi coreografie di massa morte nella politica sopravvissero idealmente nel melodramma, di cui il coro divenne un principio essenziale. Già Mazzini auspicava l'avvento di un musicista capace di innalzado da una sfera secondaria e passiva alla rappresentazione solenne ed intera dell'elemento popolare che aveva conquistato nuova coscienza di sé. Il problema per i musicisti fri allora quello di svincolarsi dalla polifonia sacra, di creare un idioma nobile e immediato allo stesso tempo.
Questa coralità è un po' il corrispettivo in musica della drammaturgia dell'Alfieri, dell'intonazione eroica dei suoi personaggi e della frequente citazione di masse nelle Sue tragedie. Pure, con tutte le sue contaminazioni e convenzioni, il melodramma cesta la sigla dell'Ottocento. Esso appagò la bramosia di realtà e di libertà, agitò passioni e confessioni. E se il pubblico