Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Risorgimento. Storia della musica. Secolo XIX
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2001
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Risorgimento e melodramma
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andò in visibilio dinanzi a lavori giustamente dimenticati, lo si dovette ai nuovi artisti di canto, che con versatilità e bravura rappresentarono nell'immaginario collettivo innumerevoli figure di eroi ed eroine. I tenori divennero modello di virili ardori, baritoni e bassi liberarono sussulti paurosi, soprani e contralti espressero una femminilità nuova. Più che il problema della parola, il melodramma avvertì quello del movimento scenico, del nesso narrativo. Le opere, almeno inizialmente, non furono concepite come qualcosa di organico, ma come una serie di pezzi chiusi disposti secondo convenzioni. La loro preoccupazione era infatti quella di offrire al pubblico, attraverso la voce umana, un repertorio ben identificabile di suggestioni e di accenti: perciò, anche per il frequente sconfinamento in elementi extramusicali, esse divennero un prodotto effimero, un ibrido nel quale i compositori si. aggirarono a lungo.
Ancora intorno al 1830-40, la musica di Rossini segnava nonostante il suo volontario silenzio una dittatura incrollabile: in Italia si continuava a seguirne la scia spumeggiante. Gli stessi Bellini, Donizetti, Mercadante e il Verdi della prima maniera non si scostarono da questa tradizione, sviluppandola piuttosto in alcuni termini. Ad esempio, adottando una librettistica corrispondente al codice morale borghese, una prudente ambientazione romanzesca o storica, scavando nella psicologia dei personaggi, proponendo la coralità come ideale collettivo. Bellini esaltò la melodia classica in chiave romantica. Il suo intimismo ripiegato sulla poetica dell'Ortis o sulla lirica sepolcrale inglese è in sintonia con la fine dell'eroismo napoleonico, con la delusione conseguente alla restaurazione e al legittimismo. 11 suo teatro è una cornice fantastica dove regna l'idea amorosa, e gli accenti guerreschi hanno breve durata. Alla sua musica estatica Verdi cercò invano di attingere, perché più attiva e concreta era la sua individualità.
Più fecondo e frenetico, senza un vero fuoco centrale, Donizetti incarnò lo spirito vivente dell'opera italiana come costume pubblico, soddisfacimento puntuale di bisogni invariabili; fu il più eloquente fra i compositori di mestiere, che tuttavia un popolarismo effettivo, la nobiltà d'ispirazione, la solida tecnica resero superiore al primo Verdi. Neppure Mercadante (anche quando il musicista di Busseto ormai trionfava) dimenticò le matrici neoclassiche dell'opera seria, pur praticando un'estrema cura nello strumentale e raggiungendo singolare organicità in melodrammi come Il Bravo e Il Giuramento .
Dunque, il teatro d'opera del secolo scorso, con la sua- fiducia nel mezzo musicale, la sua idea di tribuna o di altare, ij suo realismo narrativo, rispecchiò la parabola delle concezioni democratiche e della coscienza