Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Risorgimento. Storia della musica. Secolo XIX
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2001
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Risorgimento e melodramma
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Un nostro poeta-patriota scrisse anzi per quest'ultimo il soggetto di Martino I della Scala, dato a Venezia la primavera del '41: si tratta del mazziniano Giovanni Fontebasso (della famiglia titolare dell'omonima manifattura di ceramiche), il quale, dopo aver partecipato alla difesa di Venezia, emigrerà per continuare a combattere dalle colonne dei giornali lombardi e liguri,
E come dimenticare professionisti o dilettanti che diedero voce a quel clima, come Luigi Fontebasso, organista della cattedrale, che parafrasò l'inno reale italiano vietato dalle autorità, o i più giovani Aurelio Adi mari Moretti, che rievocò sul pianoforte gli eroismi della campagna d'indipendenza nel Veneto, Giovanni Masutto, fondatore di una scuola popolare di musica che diverrà il glorioso Manzato , o quel Luigi Sartori noto in Europa come il Liszt italiano, la cui prematura morte a Dresda nel 1844 fu rimpianta da numerosi giovani che si ritenevano offesi nell'orgoglio patrio?
Toccò così alla musica esprimere anche fra noi gli entusiasmi e le speranze che si sarebbero infranti sulle barricate e sui campi delle battaglie per l'indipendenza. E basti a confermarlo un episodio. Il 7 dicembre 1852 saliva sul patibolo di Belfiore, insieme a Tazzoli e a Poma, Angelo Scarsellini di Legnago, che la sentenza austriaca per dispregio definì macellaio, ma che era un giovane agiato e colto, figlio di un pretore, il quale attese in carcere l'ultima ora cantando l'aria della congiura dal Marino Faliero di Donizetti: Il palco è a noi trionfo / ove scendiam ridenti, / ma il sangue dei valenti /perduto non sarà. Versi scritti dal Bidera già nel 1835, pieni d'impeto generoso, che non potevano andare a genio alla censura, la quale li mutò radicalmente o addirittura li soppresse.
Ma ripetiamo fu con gli slanci, i ritmi, i cori di Verdi che il Risorgimento s'identificò a tal punto da sublimarsi quasi in suo melodramma, urlante di trombe e rullante di tamburi. Un musicista con l'elmo in testa, l'aveva snobbato Rossini, e invece il suo linguaggio gladiatorio e gagliardo trascinava tutti eoi suo empito, tanto che Giuseppe Giusti lo consigliò di abbandonare i soggetti stranieri e di rifarsi a temi nazionali che interpretassero quella specie di dolore che occupa ora gli animi di noi italiani
A questo punto, potrei esemplare il mio discorso con una pagina di Verdi; ne propongo invece un'altra: nella sua Storia dei fratelli Bandiera, Riccardo Pierantòni ci offre questo passaggio: [...] Nell'aria nitida mattutina un canto erompe a un tratto, alto, chiaro, spazia nell'etere, dice tutto per i morituri. È il coro di "Donna Caritea", l'opera di Mercadante, con le variazioni segretamente introdotte alle parole, caro agli italiani del tempo, che il teatro rimaneva unico agone al loro sentire conculcato. Cantano,