Rassegna storica del Risorgimento

Italia. Risorgimento. Storia della musica. Secolo XIX
anno <2001>   pagina <592>
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592 Libri e periodici
attorno ad una figura tanto singolare, ha preso l'autore, che offre alla nostra lettura l'avventura umana del principe di Sansevero e ci dà lo spunto per approfondire i ri­svolti della vita di una personalità d'indubbio interesse.
Mi pare conveniente dire subito che Raimondo de Sangro vive ed opera nel mondo aristocratico della Napoli di Carlo di Borbone e che il suo nome è vivo pur oggi per l'impegno speso per la cappella di Santa Maria della Pietà alla calata Sanse-vero, la chiesa di famiglia dei de Sangro da lui arricchita di lavori di insigni artisti e napoletani e forestieri. Pur se tutto il resto non avesse alcuna valenza, basterebbe tale impegno per far durare il suo nome nel tempo, a darci la misura del suo ingegno e della sua capacità di sceverare l'utile dall'inutile. La cappella viene costruita da Fran­cesco de Sangro, principe di San Severo, nel 1590 per collocarvi l'immagine della Madonna della Pietà che era nel giardino del palazzo di famiglia; ma è nel 1613 che l'edicola viene rimossa e rifatta dalle fondamenta da Alessandro de Sangro, patriarca di Alessandria e arcivescovo di Benevento, il quale la destina a sepolcreto di famiglia. Vi interviene Raimondo de Sangro verso il 1759, cominciando ad arricchirla dei capi­telli dei pilastri e del cornicione, servendosi di un mastice dal colore di madreperla da lui inventato e messo in opera; ma poi via via vi chiama artisti di fama a dotarla di opere di grande pregio. Basta citare il famoso Cristo velato del Sanmartino per ren­dere l'idea della mirabile operazione di Raimondo.
Del personaggio il profilo più sintetico ed accorto è quello che stende Gennaro Aspreno Galante, nella sua Guida sacra della città di Napoli, quando appunto descrive la Pietà o Cappella Sansevero: Era costui uomo di vasto, versatile e strano ingegno, nacque nel 1710, fu educato nel seminario Romano, ai 20 anni ritornò in Napoli. Molte cose sì narrano di lui, fu versatissimo nelle scienze fisiche, chimiche, artistiche e militari, conobbe le lingue greca, ebraica, siriaca e arabica, studiò i più celebri Teo­logi, meditò i Padri della Chiesa, fu inventore della Cromolitografia, imprimendo di­versi colori ad un sol colpo di torchio- colse varie palme nella battaglia di Velletri; fu avido di intraprendere, impaziente di compire, curioso d'investigare, facile a ritro­vare, morì nel 1771 .
Se pensiamo alla battaglia di Velletri e inquadriamo nel tempo storico la vicen­da del principe nel suo complesso, rapportandolo agli accadimenti di quegli anni, è facile spiegarsi il favore di cui gode presso re Carlo di Borbone e l'amicizia che Io lega con suo figlio Ferdinando IV; così, se consideriamo la sua preparazione gio­vanile in seminario, la dimestichezza che ha con le scienze religiose e l'effervescenza della sua intelligenza nel raffronto con le tendenze al rigorismo post-tridentino delle congregazioni religiose in quel periodo, si motivano i sospetti che la sua personalità e la sua opera innescano nel mondo gesuita napoletano e negli ambiti ecclesiastici cit­tadini; altresì, nel gossip del mondo aristocratico borbonico è facile intendere le sup­posizioni di partecipazione allo locali logge massoniche, oltre tutto riflettendo sulle capacità che ha il Sansevero di ordine culturale e le sue entrature motivate nelle scienze fisiche e chimiche.
È evidente che lo. volgimento di tanta attività porta il nostro protagonista a non perdere tempo, quindi ad isolarsi nelle sue ricerche e ad impegnare anche delle