Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Risorgimento. Storia della musica. Secolo XIX
anno
<
2001
>
pagina
<
604
>
604 Libri e periodici .
Sotto il Borbone non soffrii tanto. Lettere di Francesco Crispi dopo Adua (1896-1898)y a cura di Lauro Rossi; Roma, Carocci editore, 2000, in 8, pp. 110. L. 19.000.
Dolorosi furono i cinque anni che Crispi visse o piuttosto sopravvisse dopo la sconfitta di Adua: associato il suo nome che già era stato alla fulgida spedizione dei Mille e all'unione della Sicilia all'Italia, ora alla penosa memoria di un disastro nazionale; segno di accuse atroci e, nel 1898, perfino di una censura inflittagli dalla Camera; avvelenato dall'ingratitudine del volgo basso ed alto; confortato da pochi amici, che con quello stesso loro misericordioso confortare gli accrescevano la tristezza; mal sostenuto e, in ogni caso esasperato, dalla sua caparbietà, che rigettava da sé ogni colpa e tutte le addossava ai nemici suoi, nemici dell'Italia, ligi allo straniero. Con queste parole Benedetto Croce, nella sua Storia d'Italia dal 1871 ai 1914, delineava l'ultimo periodo della vita di Crispi e queste sue affermazioni trovano ora conferma nel volume curato da Lauro Rossi che raccoglie trentatré lettere dell'uomo politico siciliano scritte tra il settembre 1896 e il maggio 1898, possedute dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma. Ne è destinatario uno dei suoi collaboratori più stretti e fedeli, quel Roberto Galli, nato a Chioggia nel 1840, giornalista di grande temperamento, che Crispi volle sottosegretario agli Interni nel suo ultimo Gabinetto.
Come già anticipato nelle parole di Croce, furono gli anni dopo Adua uno dei momenti più drammatici della vita dell'uomo politico nativo di Ribera, costretto a un pesante isolamento dopo anni di assoluto dominio della ribalta nazionale. Con pregnante espressione Giovanni Amendola, allora poco meno che ventenne, lo ricorda in quella fase nella quale la sua maggioranza parlamentare si andava dissolvendo e le accuse, le polemiche nei suoi confronti, si venivano moltiplicando come un rudere gigantesco . Comprensibili, dunque, i momenti di profonda amarezza che portarono Crispi a pronunciare nel carteggio con Galli frasi come: Sotto il Borbone non soffrii quanto ho sofferto e soffro sotto il Regno d'Italia , oppure: In Francia, al tempo del Terrore, tutto finiva con un colpo di ghigliottina o, addirittura: H suicidio è talora considerato una viltà, ma la morte può essere un conforto quando vi è tolto il mezzo di essere utile a sé e alla patria. Ed io sono in questo caso .
Le lettere di Crispi, raccolte e annotate con molta cura da Lauro Rossi, sono precedute da un denso ed efficace saggio introduttivo di Fausto Fonzi, uno dei maggiori studiosi dello statista siciliano, di cui tutti almeno ricordano l'importante Crispi e io Stato di Mi/ano. Giustamente Fonzi si chiede quale interesse possano riservare oggi queste lettere. Molti storici, scrive, hanno sostenuto che lo statista siciliano usci definitivamente dalla scena politica nel marzo 1896. Sembrerebbe quindi che solo uno scrupoloso biografo, preoccupato di eliminare ogni lacuna, possa interessarsi alle ultime vicende di un personaggio di gran peso fino alla tragica giornata di Adua, ma successivamente consapevole della definitiva sconfitta, totalmente isolato e privo di
iasi influenza. Le cose però, argomenta Fonzi, non stanno esattamente così In-