Rassegna storica del Risorgimento
Italia. Risorgimento. Storia della musica. Secolo XIX
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2001
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612 Libri e periodici
Nicola e lord Kkcheoer sotto la ferula benedicente di Tolstoi e le toghe austere della corte dell'Aja, tutto ciò è incontestabile, si da essere in grado di arruolare sotto un'etichetta così accattivante, anche in Italia, il più composito dei battaglioni sacri possibili, dal conservatore Bonghi al radicale Moneta, con Giovanni Pascoli ad adornare la scena con i suoi lirici cespugli e con le alcaiche latine.
Che questa aspirazione, altresì, coinvolgesse i giovani studenti di buona famiglia a preferire i meetings e le palestre ginnastiche e gììjuveni/ia in genere a Curtatone, alle barricate, agli scioperi, a tutto ciò insomma che potesse far pensare a Luigi La Vista fulminato dagli svizzeri al largo della Carità e, giusto mezzo secolo più tardi, a tanti altri piccoli ed ignoti suoi omonimi mitragliati e tratti in catene in nome del bene indivisibile del re e della patria, tutto ciò è anch'esso pacificamente naturale, l'imperialismo deve avere i suoi utili idioti, che non sono tali con minore spessore e verità se se ne cambiano i sottotitoli di appartenenza di partito.
Ma, per l'appunto, l'idiozia deve essere riconosciuta come tale, ancorché in una buona fede che in ogni caso sarebbe tutta da dimostrare e che, nel caso della Corda Fratres , si rinsecchiva in subordinazione di fatto e d'ideali alla Francia della troi-sième senza che essa venisse integrata, come nel radicalismo più serio, quello di Cavallotti, ad esempio, da una contemporanea e complementare denunzia dell'illibera-lismo della Triplice in quanto tale, accolta anzi e subita nell'auspicio patetico di una naturale evoluzione autonomistica delle nazionalità all'interno d'imperi militaristi e dispotici che non ci pensavano neppure lontanamente, salvo quell'auspicio decadere e degenerare ben presto nel più rozzo degli irredentismi tout court, quello per le bastonate agli studenti di Innsbruck, suscitato da un'esigenza culturale sacrosanta, l'autonomia linguistica, ma rimasto poi a mezzo, ad esaurirsi nelle imprecazioni contro l'imperatore degli impiccati.
Da Giglio Tos a Bandirli ed a Formaggini, con tutte le sfumature e le differenziazioni e le feroci rivalità personalistiche del caso, gli esponenti storici della Corda Fratres sono interventisti tout court così come lo erano stati per l'irredentismo, senza nulla dell'ampia cornice democratica e pluralistica che caratterizzava il rifiuto del pangermanismo e di tutti i suoi annessi e connessi, sicché, a cominciare da Fiume e da tutto quello che essa e gli episodi consimili significarono per una parte cospicua di una certa gioventù in un momento determinato della loro parabola esistenziale nell'Europa senza pace (nessuno dei cosiddetti legionari, da Nino Valeri a Giovanni Comisso, ha mai rinnegato quell'esperienza, più o meno pirandelliana-mente vìssuta), il messaggio della Corda Fratres nel primo dopoguerra, quando i giovani sono obiettivamente, incontrastatamente, protagonisti, è del tutto asfittico, e svanisce ben presto tra il disinteresse universale, nulla rinvenendosene neppure nel tanto variegato giovanilismo fascista.
Formigoni che si precipita a Modena dall'alto della Ghirlandina è una tragica pagina del razzismo, non della Corda Fratres , non più che una parentesi in quella vicenda umana burrascosa e tanto spesso arruffata, all'interno della quale il sondaggio sistematico nell'essenza del riso, tanto scandagliato da Bergson o da Pirandello, o la polemica crudele, rabclaisiana, contro la ficozza filosofica rappresentata da